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Aleppo torna a tremare, Usa colpiscono l’Isis: Siria al bivio

- di: Marta Giannoni
 
Aleppo torna a tremare, Usa colpiscono l’Isis: Siria al bivio
Tra raid americani, sfollati e tregue a singhiozzo, la “nuova” Siria rischia di inciampare proprio dove la guerra era diventata un’abitudine.

(Foto: fotomontaggio della drammatica situazione ad Aleppo).

Aleppo ha un talento amaro: basta poco perché l’aria cambi consistenza. Un ronzio di droni, un colpo più vicino del previsto, una strada che si svuota come se qualcuno avesse abbassato l’interruttore della città. In questi giorni la seconda metropoli siriana è tornata a vivere quella sensazione di “guerra che ritorna”, mentre gli Stati Uniti hanno annunciato una nuova ondata di attacchi contro obiettivi dell’Isis in Siria e sul terreno, ad Aleppo, la tensione tra forze governative e milizie curde è riesplosa con effetti immediati: quartieri svuotati, servizi interrotti, famiglie in fuga.

La fotografia umanitaria è la più brutale perché non ha ideologia: parla di persone. Le stime circolate tra autorità locali e monitoraggi indipendenti indicano che oltre 140 mila residenti sono stati costretti a lasciare casa, con picchi riportati fino a circa 155 mila sfollati concentrati soprattutto nelle aree a maggioranza curda di Sheikh Maqsoud e Achrafieh. Numeri che, in una città già provata da anni di assedio e ricostruzione a metà, significano scuole trasformate in riparo, parenti stipati in appartamenti già affollati, e un’economia quotidiana che si inceppa: negozi chiusi, trasporti a singhiozzo, paura che diventa moneta corrente.

Sul fronte militare, la linea è doppia e per questo instabile. Da un lato, CENTCOM ha comunicato che i raid americani rientrano nell’operazione “Operation Hawkeye Strike”, già avviata a dicembre: un’azione pensata per colpire infrastrutture, cellule e depositi legati allo Stato Islamico in diverse aree del Paese. Dall’altro lato, Aleppo è diventata il termometro politico della transizione siriana: qui si misura se l’autorità centrale riesce davvero a “tenere insieme” un mosaico di forze che per anni hanno combattuto su fronti diversi e, spesso, opposti.

Il detonatore, secondo ricostruzioni di più osservatori internazionali, è lo stallo sull’integrazione delle Forze Democratiche Siriane (SDF) nelle strutture statali e militari. L’idea — sulla carta — è quella di assorbire una componente armata decisiva nella lotta all’Isis dentro un nuovo quadro nazionale. Ma la pratica è un campo minato: catene di comando, garanzie di sicurezza per le comunità curde, gestione dei territori e, soprattutto, il ruolo della Turchia, che guarda alle milizie curde con ostilità e influenza direttamente gli equilibri del nord della Siria.

In mezzo, la diplomazia prova a fare da argine. L’inviato speciale statunitense Tom Barrack, dopo contatti con la leadership di Damasco e colloqui rilanciati dai media internazionali, ha chiesto una frenata immediata. “Invitiamo tutte le parti a esercitare la massima moderazione, cessare immediatamente le ostilità e tornare al dialogo”. Il messaggio è chiaro: ogni scintilla interna, oggi, può bruciare mesi di fragile stabilizzazione. E l’Occidente teme lo scenario peggiore: che il vuoto e la frammentazione ridiano ossigeno proprio a chi, come l’Isis, si nutre di caos.

La trama si complica con i movimenti sul terreno. In queste ore si sono susseguiti annunci e smentite su “ritiri”, evacuazioni e trasferimenti. Alcune ricostruzioni parlano di combattenti curdi fatti uscire da Aleppo con convogli diretti verso il nord-est, in aree sotto influenza delle stesse SDF. Damasco sostiene che parte dei miliziani si sia arresa; amministrazioni curde ribattono che nei convogli ci fossero soprattutto civili e feriti. È la classica guerra delle versioni: ognuna cerca di fissare il quadro morale prima ancora di quello militare.

Intanto gli Stati Uniti alzano il volume contro l’Isis. Il contesto dichiarato è anche ritorsivo: a dicembre un’imboscata nell’area di Palmira ha causato la morte di militari americani e di un interprete civile, episodio che Washington attribuisce allo Stato Islamico. Da lì, una sequenza di attacchi culminata nella nuova ondata di raid annunciata il 10 gennaio. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha accompagnato la linea dura con un messaggio che suona come promessa e avvertimento: “We will never forget, and never relent”.

C’è poi il livello politico che pesa come un macigno. Il presidente siriano riconosciuto da Washington, Ahmed al-Sharaa, guida un Paese che prova a voltare pagina dopo la caduta del precedente regime a fine 2024. La sua scommessa è tenere insieme legittimazione internazionale e controllo interno, mentre settori del nord restano attraversati da diffidenze profonde e da interessi incrociati. Per questo Aleppo è più di una battaglia urbana: è un test di credibilità. Se l’integrazione delle forze curde si blocca, la frattura rischia di diventare strutturale. Se procede senza garanzie, rischia di produrre nuove ribellioni.

Ecco il paradosso siriano di questo inizio 2026: mentre si colpiscono i resti dell’Isis dall’alto, dal basso riemergono i conflitti che avevano reso possibile la sua ascesa. Gli analisti lo ripetono da anni: lo Stato Islamico non è solo un esercito, è un’opportunità criminale che prospera quando lo Stato è debole e le comunità si sentono senza protezione. Ogni checkpoint improvvisato, ogni ospedale sotto pressione, ogni quartiere chiuso “per sicurezza” diventa un pezzo di normalità che si spezza — e le organizzazioni jihadiste sono maestre nel raccogliere i cocci.

Nel breve periodo, la domanda è una: la tregua reggerà o sarà l’ennesima pausa “a tempo” in una città che conosce bene la grammatica delle sospensioni? Nel medio, la posta in gioco è più alta: se Damasco, le SDF e gli attori esterni (Washington e Ankara in testa) non trovano un equilibrio, Aleppo rischia di tornare un crocevia di escalation. E la Siria, proprio mentre prova a rimettersi in piedi, potrebbe ritrovarsi di nuovo a camminare su un pavimento che trema.

Per i civili, però, la geopolitica è un lusso che non consola: contano i corridoi sicuri, l’acqua che arriva, i farmaci che non mancano, il rumore che non sveglia i bambini. In una frase, contano i giorni normali. Aleppo, oggi, ne ha urgente bisogno.

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