Tra Artico, Nato e minerali: l’Europa prova a blindare l’isola (e l’alleanza).
L’Artico è tornato a essere una scacchiera dove ogni pedina pesa come una portaerei. E la Groenlandia, per posizione e risorse, è diventata il quadrante più sensibile: abbastanza lontana da sembrare periferia, abbastanza centrale da decidere rotte, radar e deterrenza. In questo scenario, Downing Street sta sondando gli alleati europei per un’ipotesi che fino a poco fa sarebbe sembrata fantapolitica: una presenza militare coordinata sull’isola per alzare la soglia di sicurezza nell’Artico e, insieme, raffreddare la nuova pressione di Donald Trump sull’annessione.
La scintilla è un retroscena del Telegraph (10 gennaio 2026): contatti avviati con partner europei — citati anche Germania e Francia — per ragionare su un dispositivo “di protezione” che, nelle versioni discusse, potrebbe includere soldati, unità navali e aerei. Il ragionamento politico, oltre che militare, è chiaro: mettere sul tavolo un rafforzamento occidentale “condiviso” per togliere ossigeno alla narrativa secondo cui la sicurezza dell’isola richiederebbe un cambio di sovranità.
Sullo sfondo c’è la linea dura di Trump, tornato a insistere che la Groenlandia sia una priorità di sicurezza nazionale. Nelle ultime ore, la reazione europea si è fatta più compatta e più esplicita: un pezzo di Artico non è un souvenir da collezione geopolitica. Reuters (11 gennaio 2026) riporta la posizione del vicecancelliere e ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil, che richiama il principio di fondo: "il diritto internazionale vale per tutti", con il punto politico che le decisioni sul futuro dell’isola spettano a Danimarca e Groenlandia.
Nel frattempo, proprio dalla Groenlandia arriva il segnale più netto: unità interna contro qualsiasi ipotesi di “acquisto” o annessione. Un resoconto di Time (11 gennaio 2026) racconta la dichiarazione congiunta dei partiti groenlandesi e del primo ministro Jens-Frederik Nielsen: "Non vogliamo essere americani… vogliamo essere groenlandesi". Una frase che chiude la porta sul piano identitario e la spalanca su quello, più delicato, dei rapporti futuri: cooperazione sulla difesa sì, ma senza cambiare bandiera.
Qui entra in gioco la proposta “in stile britannico”: non un gesto teatrale, ma un puzzle di deterrenza e diplomazia. L’obiettivo dichiarato — secondo la ricostruzione del Telegraph — sarebbe duplice: proteggere l’Artico da pressioni e infiltrazioni e, allo stesso tempo, convincere Trump a mollare la leva dell’annessione offrendo un’alternativa credibile sul terreno della sicurezza. Detto brutalmente: più cooperazione Nato, meno tentazioni unilaterali.
La partita si gioca su tre livelli. Primo: il livello militare. La Groenlandia è il cardine del corridoio tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito (il celebre “GIUK gap”), uno snodo decisivo per sorvegliare movimenti navali e sottomarini nell’Atlantico del Nord e per la difesa aerea e missilistica. Sull’isola c’è già un’infrastruttura cruciale degli Stati Uniti, la Pituffik Space Base (ex Thule), legata all’accordo di difesa tra Washington e il Regno di Danimarca del 1951: un fatto che rende ancora più controversa l’idea di “annessione necessaria”, perché un canale operativo esiste già.
Secondo livello: le risorse. L’Artico è anche una cassaforte di minerali critici, terre rare e materie prime che finiscono dentro turbine, batterie, sistemi d’arma e filiere tecnologiche. Non a caso, Reuters (11 gennaio 2026) collega il tema Groenlandia al dibattito occidentale sull’accesso ai minerali e sulla riduzione della dipendenza dalla Cina. La sicurezza, nel 2026, non è solo quanti caccia decollano: è anche chi controlla le catene di fornitura.
Terzo livello: la politica dell’alleanza. Il rischio, qui, è quasi paradossale: una crisi sulla Groenlandia potrebbe spaccare la Nato “da dentro”, perché il soggetto che minaccia la sovranità di un territorio Nato sarebbe un alleato Nato. Un’analisi di Reuters (10 gennaio 2026) mette il dito nella contraddizione danese: Copenaghen investe per difendere un territorio che, da decenni, marcia verso una maggiore autonomia e guarda all’indipendenza come orizzonte politico. Difendere l’isola, quindi, significa anche gestire una transizione: protezione esterna senza soffocare l’autodeterminazione interna.
Non sorprende che, in questi giorni, la risposta europea provi a saldare principio e pragmatismo. Il 6 gennaio 2026, un gruppo di paesi europei ha diffuso una dichiarazione con un messaggio semplice: la sicurezza dell’Artico va costruita “collettivamente” nell’ambito Nato e nel rispetto di sovranità e confini; la Groenlandia appartiene ai suoi cittadini. Il testo è stato pubblicato anche sui canali istituzionali francesi (6 gennaio 2026), con un passaggio chiave che lega l’Artico alle regole dell’ordine internazionale e, soprattutto, mantiene dentro gli Stati Uniti come partner “essenziale” ma non come proprietario.
In parallelo, cresce il controcanto nordico alle giustificazioni più allarmistiche. Il Financial Times (11 gennaio 2026) riporta che diplomatici nordici contestano l’idea di una presenza massiccia di navi russe e cinesi “attorno” alla Groenlandia, richiamando valutazioni d’intelligence Nato che non confermerebbero quella fotografia. Tradotto: la minaccia esiste, ma non va gonfiata fino a trasformarla in un grimaldello politico.
E il Regno Unito? La mossa di Downing Street ha anche un risvolto domestico e strategico: Londra vuole mostrarsi “cerniera” tra Europa e Stati Uniti proprio mentre la politica estera occidentale è attraversata da fratture e tensioni. Il messaggio, in filigrana, è rivolto a tutti: a Trump, perché l’Artico non è terra di conquista; agli alleati europei, perché la deterrenza non si improvvisa; alla Danimarca e alla Groenlandia, perché la protezione può essere rafforzata senza intaccare la sovranità.
Sul tavolo, però, restano molte domande operative. Che forma avrebbe una “forza” in Groenlandia? Un dispiegamento permanente o rotazioni? Un comando Nato o una coalizione di volenterosi? E soprattutto: come evitare che l’iniziativa venga letta come un’ammissione implicita che la Groenlandia sia “insufficiente” senza tutela esterna? Qui la diplomazia conta quanto i mezzi: l’architettura più credibile è quella che rafforza sorveglianza, pattugliamento e interoperabilità, senza trasformare l’isola in un avamposto militarizzato che alimenta ulteriori tensioni.
Intanto, la politica groenlandese prova a non farsi schiacciare tra i colossi. La dichiarazione di unità interna raccontata da Time (11 gennaio 2026) non è solo un “no” a Trump: è anche un modo per ribadire che la traiettoria dell’isola — autonomia ampia oggi, indipendenza domani per molti — deve restare una scelta interna. E questo rende il compito di Copenaghen ancora più delicato: difendere, negoziare, investire, senza apparire un tutore che parla al posto di chi, sull’isola, vuole parlare in prima persona.
In conclusione, la trattativa evocata dal Telegraph non va letta come un colpo di teatro, ma come il sintomo di un cambio di fase: l’Europa sta provando a “mettere in sicurezza” la Groenlandia prima che la Groenlandia diventi il detonatore di una crisi più grande. Perché qui non c’è solo un territorio: c’è la credibilità della Nato, il controllo delle nuove rotte artiche, l’accesso ai minerali del futuro e la tenuta delle regole internazionali. E, in mezzo, una popolazione che ha già scelto lo slogan più efficace di tutti: "Vogliamo essere groenlandesi".