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Trump blinda i petrodollari venezuelani: Big Oil sotto tutela Usa

- di: Bruno Coletta
 
Trump blinda i petrodollari venezuelani: Big Oil sotto tutela Usa

Washington congela gli incassi del greggio e promette sicurezza: investimenti, contenziosi e geopolitica in un’unica partita ad altissima tensione.

Nel giro di poche ore, Donald Trump ha trasformato un dossier già esplosivo in un caso globale: i proventi della vendita del petrolio venezuelano, secondo un ordine d’urgenza firmato alla Casa Bianca, saranno “custoditi” negli Stati Uniti e indirizzati — nelle intenzioni dell’amministrazione — verso la ricostruzione del Paese sudamericano, con l’obiettivo dichiarato di favorire pace, prosperità e stabilità.

Il cuore del provvedimento sta nella blindatura legale: la misura punta a impedire che tribunali o creditori possano sequestrare o rivendicare quei flussi di cassa, che vengono trattati come proprietà sovrana del Venezuela ma sotto “custodia” americana. È un passaggio che cambia le regole del gioco: non è solo una tutela contabile, è un segnale politico su chi intende controllare la leva finanziaria dell’energia venezuelana.

La tempistica è tutt’altro che casuale. Il decreto arriva subito dopo un incontro alla Casa Bianca con i vertici di una ventina di grandi società del settore, convocati per discutere un possibile rientro operativo in Venezuela e un piano di investimenti di scala gigantesca. Al tavolo, tra gli altri, anche l’amministratore delegato di Eni, Claudio DeScalzi, accanto ai manager delle major statunitensi e internazionali.

Il messaggio del presidente è stato netto: le compagnie potranno operare, ma dentro un perimetro disegnato da Washington. In pratica, la Casa Bianca rivendica il diritto di decidere chi entrerà nel Paese, con quali garanzie e con quale architettura di accordi. Un cambio di paradigma, perché riduce lo spazio di trattativa diretta con Caracas e sposta il baricentro delle intese sul lato americano.

La risposta di Big Oil, però, è stata prudente. Non tanto per la quantità di petrolio in gioco — enorme — quanto per il passato che pesa come un macigno: nazionalizzazioni, confische, arbitrati e cause miliardarie. Tra le voci più caute, quella del CEO di Exxon Mobil, Darren Woods, che avrebbe rimarcato come il Venezuela, nelle condizioni attuali, non rappresenti un terreno favorevole agli investimenti.

“I nostri beni sono stati sequestrati due volte in questo Paese, quindi potete immaginare che per tornare una terza volta sarebbero necessari cambiamenti piuttosto significativi”, è il ragionamento attribuito a Woods. E, pur aprendo uno spiraglio operativo, l’impostazione resta difensiva: “È fondamentale istituire un team tecnico per valutare lo stato attuale del settore. Siamo pronti a inviare una squadra sul campo”.

Dietro la cautela c’è un dato tecnico prima ancora che politico: l’industria venezuelana è descritta da anni come logorata da sotto-investimenti e cattiva gestione, con infrastrutture degradate e capacità produttiva ridotta. Tradotto: anche con il semaforo verde geopolitico, servirebbero miliardi e tempi lunghi per ripristinare un sistema estrattivo e logistico pienamente funzionale.

Trump, dal canto suo, ha promesso “garanzie di sicurezza” per il rientro delle aziende — ma senza un impegno militare americano sul terreno. Il concetto è quello di una protezione politica e operativa assicurata dagli Stati Uniti, accompagnata da un controllo serrato sull’accesso ai giacimenti e sulla filiera degli incassi.

La misura, inoltre, è un messaggio diretto anche ai creditori storici: chi vanta crediti miliardari non potrà semplicemente “agganciare” i proventi del petrolio tramite sequestri o azioni giudiziarie, almeno per quanto riguarda i flussi custoditi negli Stati Uniti. È un tentativo di evitare che la ripartenza del Paese venga divorata fin dall’inizio da un assalto legale ai ricavi energetici.

Sullo sfondo, resta la geopolitica. Un Venezuela di nuovo aperto alle major occidentali ridisegna equilibri e rotte, tocca interessi consolidati e può alimentare frizioni con chi negli anni ha mantenuto canali economici e strategici con Caracas. Ed è anche una partita di mercato: ogni prospettiva di aumento dell’offerta, vera o presunta, influenza aspettative, prezzi e posizionamenti.

In sintesi, l’ordine di Trump è una scommessa doppia: proteggere i flussi finanziari per rendere “bancabile” il rientro delle compagnie e, al tempo stesso, usare quei flussi come leva per stabilizzare il Paese. Ma il terreno resta minato: contenziosi pendenti, rischio politico, stato delle infrastrutture e architettura legale saranno il vero banco di prova, più ancora delle dichiarazioni. 

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