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Xi detta l’agenda, Trump rincorre: il dazio-fentanyl si sgonfia

- di: Bruno Coletta
 
Xi detta l’agenda, Trump rincorre: il dazio-fentanyl si sgonfia
Vigilia del faccia a faccia in Corea del Sud: la Casa Bianca apre a un taglio dei dazi “anti-fentanyl” verso Pechino. Washington cerca ossigeno diplomatico, Xi (foto) incassa il segnale e alza il prezzo su tecnologia, export e liste nere. L’America trumpiana appare ondivaga, la Cina capitalizza.

Sul palcoscenico asiatico la trama la scrive Pechino. Donald Trump atterra in Corea del Sud annunciando che abbasserà i dazi legati al fentanyl nel tentativo di strappare a Xi Jinping una stretta più visibile sulle sostanze precursori. Per settimane ha minacciato tariffe al 100%; alla vigilia del vertice, le ammorbidisce. È Xi a dettare il ritmo, Trump insegue la foto dell’accordo.

Il sorpasso narrativo di Xi

L’idea è semplice e fragile: scambiare un taglio del balzello “fentanyl” con impegni cinesi su controlli, repressione e tracciabilità dei chimici di base. L’argomento morale è noto: centinaia di migliaia di morti per overdose negli Stati Uniti, catene di fornitura che puntano verso industrie e broker cinesi, laboratori messicani che assemblano. La leva scelta da Trump nel 2025 è stata tariffaria; oggi, alla prova dei fatti, fa marcia indietro per ottenere cooperazione.

“Penso che li ridurrò perché credo che ci aiuteranno con il problema del fentanyl”, ha detto a bordo dell’Air Force One, assicurando che “la Cina collaborerà con le forze dell’ordine statunitensi”. Non è un cedimento tecnico: è una correzione politica. La Casa Bianca trasforma la clava in moneta negoziale, sperando in un annuncio congiunto dopo il bilaterale.

Cosa vuole Pechino in cambio

Pechino non regala nulla. Nel dossier fentanyl può offrire nuove inclusioni di precursori nei registri di controllo, ispezioni più serrate su spedizionieri e marketplace, indagini mirate su aziende “ombra”. In cambio cerca alleggerimenti su dazi mirati, un segnale sulle liste del Commercio, meno pressione su chip e macchinari. Se Washington arretra anche di poco, Xi incassa due dividendi: reputazionale ed economico.

L’asimmetria del potere negoziale

Trump cambia passo alla vigilia: dopo aver agitato l’arma del 100% su “tutti i beni”, ora attacca il freno selettivo. Il messaggio globale è contraddittorio: l’America alza la voce, poi chiede una mano. Xi, che non è sotto elezioni, può prendere tempo, indicare misure già fatte e chiedere prove di buona fede: meno dazi, meno sanzioni, meno teatro.

Il perimetro reale del compromesso

Anche con un comunicato su nuovi controlli sui precursori, il mercato del fentanyl è adattivo: sposta rotte, cambia codici, ricicla intermedi. La repressione funziona se è continua, multilaterale e finanziaria, non solo chimica. Un taglio dei dazi può decongestionare i rapporti, ma non spegne il business senza cooperazione bancaria, scambi di dati e azioni congiunte con Messico e Ue.

La cornice sudcoreana e il messaggio all’Asia

Trump è a Gyeongju per Apec e per spingere su nuovi investimenti sudcoreani negli Usa. Mettere in scena il dossier Xi in Asia sposta il baricentro e manda un segnale regionale. Se l’incontro produrrà solo titoli, Xi avrà mostrato continenza strategica; se ci sarà un testo credibile, avrà monetizzato le oscillazioni di Washington.

Perché l’Europa deve svegliarsi

Per l’Europa questa fluttuazione USA-Cina significa volatilità di catene e prezzi in chimica, farmaceutica e logistica. Mentre Trump usa il dazio come interruttore, Xi gioca di posizione. Serve una postura europea autonoma su tracciabilità, dogane e finanza illecita, evitando di subire i saliscendi americani.

La frase che resterà

Se domani arriverà l’annuncio, sarà venduto come “grande passo”. La verità è più prosaica: Pechino ha tempo, Washington ha fretta. E nel negoziato internazionale chi ha fretta paga pegno.

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