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Milei alza l’asticella: “Inizia la grande Argentina”

- di: Matteo Borrelli
 
Milei alza l’asticella: “Inizia la grande Argentina”
Milei alza l’asticella: “Inizia la grande Argentina”
Dopo il voto di metà mandato il presidente argentino rivendica un mandato riformatore: chiede un patto con i governatori, promette due anni di scossa liberale e definisce il nuovo Congresso “il più riformista della storia”. Tra ambizione e realtà: i numeri non bastano da soli, l’economia pretende risultati.

Una svolta rivendicata in prima persona

Javier Milei ha scelto toni senza freni. “Oggi è una giornata storica. Il popolo ha deciso di abbracciare le idee della libertà. Ci lasciamo dietro cento anni di decadenza. Inizia la svolta. Oggi comincia la costruzione della grande Argentina”, ha scandito nel discorso post-voto. Non una celebrazione rituale, ma la volontà di incorniciare il risultato come punto di non ritorno per l’agenda pro-mercato che rivendica dall’insediamento.

“Parlamento più riformista della storia”

Il passo successivo, nelle sue parole, è rendere strutturale l’impeto del voto. “Durante i prossimi due anni dobbiamo consolidare il percorso riformista per fare di nuovo grande l’Argentina. La Libertà Avanza avrà 101 deputati e 20 senatori… sarà senza dubbio il Parlamento più riformista della storia”. Il messaggio è duplice: legittimazione politica e pressione sugli alleati potenziali perché i testi cardine – deregolazione, privatizzazioni, disciplina fiscale – possano avanzare senza restare impigliati nelle commissioni.

Rottura con il passato e mandato al cambiamento

La cornice retorica è netta: “Due argentini su tre non vogliono tornare al passato… non vogliono lo Stato inutile, il populismo”. Milei legge il verdetto come rifiuto dell’assetto precedente e come licenza ad accelerare. Il lessico è quello consueto del suo armamentario politico: tagliare spesa, ridurre burocrazia, aprire i mercati, difendere il veto presidenziale se necessario.

Il tavolo con i governatori

Nella notte elettorale, il presidente ha inviato un segnale ai poteri territoriali: “Vogliamo invitarli a discutere i nuovi accordi”. L’obiettivo è costruire una maggioranza di fatto su riforme “di base” con settori considerati “razionali” dell’opposizione. Il calcolo politico è chiaro: senza intese federali, l’onda lunga del voto rischia di infrangersi sulle resistenze locali e sulle dinamiche del Senato.

Cosa significa, ora, “accelerare”

Dietro le parole d’ordine ci sono dossier già pronti o in bozza avanzata. In cima: snellimento normativo e nuovo perimetro dello Stato (cessioni, gestione privata di servizi, revisione di sussidi), apertura commerciale e un possibile riassetto del regime valutario per favorire accumulo di riserve. L’esecutivo punta a blindare l’avanzo primario e a proseguire la disinflazione, mostrando che la “cura” produce effetti anche su salari reali, credito e investimenti.

Numeri, consensi e la prova dei fatti

Il presidente rivendica il primato politico, ma sa che i numeri non equivalgono a un pilota automatico. Per alcune riforme serviranno accordi trasversali e tempi parlamentari non brevi. Sullo sfondo pesano tre interrogativi: quanto reggerà il consenso mentre l’agenda tocca interessi consolidati; quanto rapidamente l’inflazione potrà scendere con effetti percepibili; quanto spazio resterà per ammortizzare gli urti sociali dopo mesi di tagli.

Mercati e scenario internazionale

La reazione finanziaria attesa è positiva: più seggi pro-riforme riducono il rischio di stallo. Ma l’attenzione resta elevata su cambio, riserve e debito. Sul fronte estero, i rapporti con Washington pesano: il sostegno statunitense – politico e finanziario – ha accompagnato la corsa di Milei e continuerà a influire sul costo del capitale e sulle prospettive di eventuali intese commerciali. Qui si misura la capacità del presidente di trasformare capitale politico in capitale economico.

La narrazione del “punto di svolta”

L’architettura comunicativa è coerente: raccontare il voto come tipping point, voltare pagina rispetto alla sconfitta di settembre e presentare i prossimi due anni come un crash test finale tra vecchio e nuovo. “Siamo molti di più quelli che vogliono andare avanti”, dice Milei. Ma la sfida vera inizia ora: mettere a terra quelle leggi che finora hanno diviso il Paese e il Congresso.

Cosa guardare nelle prossime settimane

  • Il calendario delle riforme: quali testi arrivano per primi e con quale perimetro.
  • Le intese coi governatori: verificare se il tavolo produce voti, non solo foto.
  • Inflazione e salari: la prova di realtà che può consolidare o erodere il mandato politico.
  • Segnali ai mercati: percorso su riserve, regime valutario, gestione del debito.

Il voto come licenza ad accelerare

 Milei interpreta il voto come licenza ad accelerare. Le sue parole – “giornata storica”, “Parlamento più riformista”, “niente ritorno al passato” – disegnano la cornice. La tenuta politica e la traduzione in leggi decideranno se la “grande Argentina” resterà slogan o diventerà realtà.

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