Un'operazione da record che riscrive la storia della tecnologia. Nella notte tra il 31 marzo e il 1° aprile 2025, OpenAI ha ufficializzato un accordo che segna un passaggio storico per l’intera industria tecnologica globale. La startup americana, leader nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale, ha concluso un nuovo round di finanziamento raccogliendo 40 miliardi di dollari, una cifra mai raggiunta prima da un’azienda privata nel settore. Il round porta la valutazione complessiva di OpenAI a 300 miliardi di dollari, cifra che proietta la società di San Francisco tra i giganti dell’economia digitale, al pari delle più grandi multinazionali quotate in borsa.
OpenAI raccoglie 40 miliardi di investimenti. La startup ora vale 300 miliardi
L’operazione non solo segna un primato assoluto nella storia delle startup, ma rappresenta anche un segnale forte della centralità strategica che l’intelligenza artificiale ha assunto nel panorama economico globale. I capitali raccolti consentiranno a OpenAI di accelerare ulteriormente la propria crescita, consolidando la sua leadership in un settore sempre più competitivo e oggetto di attenzione politica e regolamentare.
SoftBank in cabina di regia: la strategia del Vision Fund A guidare l’imponente raccolta di capitali è stato il fondo d’investimento giapponese SoftBank, da anni protagonista assoluto nell’ecosistema delle startup tecnologiche. Fonti vicine al dossier confermano che l’impegno di SoftBank ha superato da solo i 18 miliardi di dollari, diventando l’asse portante del round. Si tratta di un investimento che riflette la strategia di lungo periodo del Vision Fund, il maxi-fondo guidato da Masayoshi Son, già noto per aver sostenuto realtà come Uber, Alibaba e ByteDance.
La decisione di puntare su OpenAI arriva in un momento di transizione per SoftBank, che negli ultimi anni aveva ridimensionato i propri investimenti a causa della volatilità dei mercati e delle perdite subite in precedenti operazioni. Con questo nuovo round, il gruppo giapponese rilancia la sua scommessa sull’intelligenza artificiale come motore trainante della futura crescita globale.
L'effetto volano sugli investitori globali
L’ingresso di SoftBank ha avuto un effetto catalizzatore, attirando altri importanti investitori istituzionali e fondi sovrani, soprattutto provenienti dal Medio Oriente, dagli Stati Uniti e dall’Asia. Tra i partecipanti figurano nomi di primo piano del panorama finanziario, come il Qatar Investment Authority, il fondo saudita PIF e diversi fondi pensione americani. Secondo fonti vicine alle trattative, l’interesse degli investitori avrebbe superato di gran lunga l’offerta iniziale di azioni, costringendo OpenAI ad alzare progressivamente l’obiettivo di raccolta.
Come verranno utilizzati i 40 miliardi di dollari
La società guidata da Sam Altman ha già annunciato le principali direttrici verso cui verranno orientati i capitali raccolti. In primo luogo, una parte consistente dei fondi sarà destinata all’espansione delle infrastrutture di calcolo, con l’acquisizione di nuovi data center e la sigla di contratti pluriennali con i principali fornitori di chip, in primis Nvidia e AMD. OpenAI intende inoltre rafforzare i propri team di ricerca, ampliando il personale altamente qualificato e accelerando lo sviluppo dei modelli di nuova generazione, a partire dal prossimo GPT-5.5.
Altri fondi saranno destinati alla creazione di nuovi servizi e piattaforme verticali in settori strategici come la sanità, l’energia, l’educazione e la pubblica amministrazione, con l’obiettivo di diffondere le applicazioni dell’AI su scala globale. Altman ha sottolineato che la società intende mantenere una governance trasparente e inclusiva, garantendo un utilizzo etico delle nuove risorse.
Il mercato dell’intelligenza artificiale in piena corsa
L’operazione conferma la straordinaria dinamica di crescita del settore AI, che negli ultimi due anni ha registrato un’accelerazione senza precedenti. Secondo gli analisti, il mercato globale dell’intelligenza artificiale potrebbe superare il valore di 1.000 miliardi di dollari entro il 2030, trainato dalla domanda di soluzioni capaci di automatizzare processi, ottimizzare costi e generare nuove opportunità di business.
OpenAI, grazie a prodotti ormai mainstream come ChatGPT, Dall-E e Codex, è riuscita a posizionarsi al centro di questo ecosistema, stabilendo alleanze strategiche con partner di primo piano, tra cui Microsoft, che detiene già una quota significativa della società. Il nuovo round di finanziamento rafforza ulteriormente questo vantaggio competitivo, consentendo alla startup di anticipare le mosse dei principali concorrenti, tra cui Google DeepMind, Anthropic e le big tech cinesi.
Le implicazioni politiche e regolamentari
Il maxi-round di OpenAI rischia però di avere conseguenze anche sul piano politico e normativo. Negli ultimi mesi, Stati Uniti, Unione Europea e diversi governi asiatici hanno avviato consultazioni e istruttorie per regolamentare lo sviluppo e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, preoccupati dalla concentrazione di potere nelle mani di pochi operatori privati. La raccolta da 40 miliardi di dollari accresce inevitabilmente il peso specifico di OpenAI, sollevando nuovi interrogativi sul controllo, la trasparenza e l’accountability dei grandi attori tecnologici.
Diverse associazioni per i diritti digitali e think tank internazionali hanno già chiesto che l’operazione venga monitorata attentamente, al fine di evitare che un potere tecnologico e finanziario senza precedenti si traduca in squilibri di mercato o rischi per la democrazia digitale.
Una corsa globale senza precedenti
Sul piano internazionale, la mossa di OpenAI riaccende la competizione tra Stati Uniti, Cina e Unione Europea per la leadership nel campo dell’AI. Pechino sta investendo miliardi di dollari in startup e progetti statali per colmare il gap con le big tech americane, mentre Bruxelles ha appena approvato l’AI Act, la prima regolamentazione organica sull’intelligenza artificiale. In questo scenario, la raccolta di OpenAI rischia di ridefinire gli equilibri di potere digitali a livello globale, proiettando l’azienda californiana al centro di una nuova geopolitica tecnologica.