Nella sala d’attesa di un ospedale romano, un uomo osserva la porta chiusa dell’ambulatorio. Ha in mano una carta con sopra una data, ma quella data è tra sei mesi. Non è solo: accanto a lui, donne, anziani, giovani con uno smartphone in mano e lo sguardo basso. Tutti in attesa. Non solo dell’orario del proprio turno, ma di settimane, mesi, talvolta anni prima di ottenere una visita. Quella che doveva essere una risposta, in molti casi diventa un muro.
Sanità: così le liste d’attesa spingono i pazienti a rinunciare alle cure
Un muro fatto di tempo che non scorre abbastanza in fretta. Un muro che non fa rumore, ma che incide sulla pelle e sulla vita di chi si ammala.
La sanità che respinge
Nei corridoi dei presidi sanitari italiani la frase più pronunciata dagli operatori è diventata: “Non c’è posto prima di…”. Il calendario si allunga, le liste si ingrossano e, in molti casi, le persone si fermano. Tornano a casa senza aver prenotato. Perché l’attesa è troppo lunga, perché il dolore può aspettare, perché la fatica di rincorrere un appuntamento diventa più pesante della malattia stessa.
Non si tratta solo di un’impressione. Negli uffici degli assessorati regionali alla sanità, da Nord a Sud, si moltiplicano le segnalazioni di visite disdette prima ancora di essere fissate, di cittadini che rinunciano, che si arrendono. Alcuni lo fanno perché la data proposta è lontana, altri perché nel frattempo la salute è peggiorata, oppure perché pagare un privato diventa l’unica alternativa possibile. Chi può, sceglie di non aspettare. Chi non può, resta indietro.
Rinunce silenziose
C’è chi smette di curarsi e chi non inizia nemmeno. Succede più spesso di quanto si immagini. È un abbandono silenzioso che non lascia traccia nei registri ufficiali, ma che si sente nei quartieri delle periferie, nelle case degli anziani soli, nelle famiglie che devono scegliere se curarsi o pagare l’affitto.
Dietro ogni rinuncia ci sono storie che non fanno notizia. Un’ecografia mai fatta, un controllo cardiologico rimandato all’infinito, una colonscopia che arriva quando ormai la malattia ha già vinto. Nelle città più piccole come nei grandi centri, sempre più persone decidono di non provarci nemmeno.
Il risultato è una medicina che non previene più, che arriva tardi. E quando arriva, costa di più: costa in termini di cure, di posti letto occupati per più tempo, di farmaci da somministrare quando il male si è già radicato.
Un sistema che si inceppa
Non è difficile capire come si sia arrivati a questo punto. Negli ultimi anni, il sistema sanitario pubblico ha subito un lento ma continuo logoramento. I medici di famiglia sono sempre meno. Nei pronto soccorso gli operatori non bastano. Gli specialisti sono contesi tra pubblico e privato e le agende degli ospedali, già cariche, devono fare i conti con turni massacranti e budget limitati.
Dall’altra parte, la domanda cresce. Cresce perché la popolazione invecchia, perché la medicina diagnostica ha reso possibile anticipare le patologie, perché chi si sente trascurato cerca risposte. Ma le risposte non arrivano, o arrivano tardi.
In questa dinamica malata, chi prova a fare il proprio dovere rischia di diventare un burocrate più che un medico. Gli addetti alle prenotazioni spiegano che non ci sono disponibilità. I dottori cercano di trovare spiragli per i casi urgenti, ma per ogni urgenza che passa avanti, altre dieci persone vengono spostate più in là.
Il paradosso della cura
E così il paradosso è completo. Il Servizio Sanitario Nazionale nasce per garantire l’accesso universale alle cure. Ma oggi, proprio chi avrebbe più bisogno di quel principio, lo vede svanire. Le diseguaglianze aumentano: chi ha mezzi economici trova soluzioni alternative, chi non li ha si ammala due volte, di malattia e di solitudine.
In alcune regioni la situazione è al limite. Non solo al Sud, dove il problema è cronico, ma anche nelle grandi città del Centro e del Nord, dove la domanda ha superato da tempo la capacità di risposta.
Le promesse mancate
Da anni, governi e amministrazioni locali annunciano piani straordinari per abbattere le liste d’attesa. Ogni volta viene presentata una nuova strategia: più fondi, assunzioni straordinarie, orari prolungati, collaborazione col privato. Ma gli effetti sono temporanei, parziali, spesso vanificati da ritardi, resistenze interne, logiche burocratiche.
Nel frattempo, la rinuncia alle cure è diventata una prassi invisibile. Nessun bollettino quotidiano la registra, ma il suo peso si sente sulle spalle degli infermieri che assistono pazienti arrivati troppo tardi, dei medici che non possono più guarire, dei bilanci pubblici appesantiti da ricoveri che si sarebbero potuti evitare.
L’attesa come barriera
La lista d’attesa è diventata un confine. Non solo temporale, ma sociale. Divide chi può permettersi di aspettare da chi non può, chi trova altre strade da chi resta indietro. E più la lista cresce, più il sistema si indebolisce, perché curare tardi significa spendere di più, significa perdere vite e salute lungo la strada.
Oggi quel confine si allunga senza che nessuno lo fermi. Dietro ogni numero c’è una persona che aspetta, ma sempre più spesso quella persona smette di farlo.