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Mercosur, Parigi in rivolta: Lecornu alza la posta sulle elezioni

- di: Vittorio Massi
 
Mercosur, Parigi in rivolta: Lecornu alza la posta sulle elezioni

(Foto: il premier francese Sébastien Lecornu).

Parigi ha riscoperto un vecchio rumore di fondo: il rombo dei trattori e, subito dopo, quello della politica quando va fuori giri. Il detonatore arriva da Bruxelles: via libera politico degli Stati membri alla firma dell’accordo tra Unione europea e Mercosur, nonostante il no francese. Risultato: piazze agricole in ebollizione, opposizioni che annusano sangue e un governo che risponde con una minaccia secca — la più pesante nel repertorio della Quinta Repubblica: se l’esecutivo cade, si torna alle urne.

Al centro della scena c’è il premier Sébastien Lecornu, stretto tra due fuochi. Da una parte l’onda sociale: gli agricoltori temono un’invasione di importazioni più economiche (carni, zucchero, prodotti agricoli) e denunciano concorrenza “a regole diverse”, tra standard ambientali e costi di produzione. Dall’altra, il palazzo: France insoumise e Rassemblement national hanno depositato mozioni di censura per trasformare la rabbia di strada in una spallata parlamentare. E Lecornu ha replicato facendo filtrare uno scenario che pesa come un macigno su deputati e partiti: scioglimento dell’Assemblea nazionale e legislative anticipate agganciate alle municipali di marzo.

La miccia del Mercosur brucia per un motivo semplice: la Francia ha detto “no”, ma non aveva i numeri per fermare la decisione europea, che passa con la regola della maggioranza qualificata. Il Consiglio Ue ha autorizzato la firma di due testi — un accordo di partenariato e un accordo commerciale “interim” — aprendo la strada alla cerimonia prevista in Paraguay il 17 gennaio 2026. Il passaggio successivo, tutt’altro che scontato, è la ratifica politica: l’intesa dovrà affrontare il Parlamento europeo, e parallelamente il percorso di approvazione dall’altra parte dell’Atlantico.

Il governo di Emmanuel Macron prova a tenere insieme due verità che cozzano. La prima: Parigi ha ribadito l’opposizione all’accordo, anche per non lasciare il campo agli avversari sul terreno simbolico della “difesa dei contadini”. La seconda: una volta che Bruxelles incassa il sì degli Stati membri, la Francia non può “mettere il veto” da sola, e si ritrova a gestire il contraccolpo interno. Così la politica diventa judo: l’esecutivo tenta di usare la minaccia del voto anticipato come leva per disinnescare la censura.

In questa partita, le mozioni di censura sul Mercosur rischiano di essere più rumorose che decisive: farle passare richiede una maggioranza che oggi appare difficile da assemblare. Ma il punto, per Lecornu, è un altro: il calendario. La Francia si trascina un nodo enorme — il bilancio 2026 — e ogni voto sul budget può diventare un precipizio. Il premier sta cercando un compromesso con socialisti e gollisti, ma la trattativa è fragile e, nelle commissioni parlamentari, i segnali sono già nervosi: la parte “spese” del testo è stata bocciata in commissione, aumentando la pressione sul governo.

E qui entra in gioco la parola che in Francia non è mai solo una parola: 49.3. È l’articolo costituzionale che consente al governo di far adottare un testo senza voto, legandolo alla propria sopravvivenza: l’Assemblea può reagire solo con una censura. Lecornu aveva promesso di non farne un’abitudine, ma più il bilancio si incaglia, più il 49.3 torna sul tavolo come “uscita di sicurezza” — con la differenza che, in politica, l’uscita di sicurezza spesso dà su un burrone.

Il costituzionalista Benjamin Morel, intervistato da RTL, ha sintetizzato la logica dell’Eliseo con un realismo chirurgico: "L’idea è agitare la dissoluzione come argomento strategico". Tradotto: spaventare i deputati che hanno “molte penne da perdere”, soprattutto quelli dei partiti radicati sul territorio, perché una campagna lampo a ridosso delle municipali rischia di macinare carriere e mandati locali. È un avvertimento che parla a Partito socialista e Les Républicains più di quanto non parli agli estremi, che invece fiutano l’occasione.

Gli oppositori, intanto, spingono sul registro dell’umiliazione nazionale: la Francia che vota contro ma viene scavalcata dal meccanismo europeo. Dal fronte della destra radicale, Jordan Bardella ha attaccato l’Eliseo descrivendo la posizione francese come pura mossa di facciata; Marine Le Pen ha alzato ulteriormente i toni chiedendo misure “muscolari” nei confronti di Bruxelles. A sinistra, Jean-Luc Mélenchon ha risposto alla minaccia di scioglimento con una sfida frontale: "Non abbiamo paura delle elezioni". In mezzo, la maggioranza relativa del premier prova a non farsi schiacciare tra indignazione sociale e calcolo parlamentare.

Il paradosso è che il “caso Mercosur” non è solo francese. Le proteste agricole si sono viste anche altrove in Europa: convogli, blocchi stradali, manifestazioni in più Paesi. Il tema è identico: chi produce con regole europee (costi più alti, vincoli ambientali e sanitari) teme di competere con merci che arrivano da filiere percepite come meno onerose. Dall’altra parte, le capitali favorevoli all’accordo rivendicano la dimensione geopolitica: rafforzare i legami con l’America Latina, diversificare mercati e forniture, ridurre dipendenze strategiche.

A Bruxelles la Commissione difende l’intesa come un pacchetto “storico”, promettendo opportunità per l’export europeo e garanzie su standard e controlli. Ma la partita politica reale si giocherà in due arene: in Europa, dove il Parlamento dovrà esprimersi e dove la coalizione a favore non è automatica; in Francia, dove il governo rischia di trasformare un dossier commerciale in una crisi di regime, con il budget come miccia lunga e il 49.3 come detonatore potenziale.

Per Lecornu, l’obiettivo immediato è sopravvivere alla prossima settimana: respingere le mozioni e guadagnare tempo sul bilancio. Ma l’orizzonte è più inquieto. I sondaggi (e la percezione di un Paese stanco di instabilità) rendono ogni azzardo un rischio esistenziale. Per questo l’arma delle urne viene brandita come deterrente: non tanto per correre davvero al voto, quanto per convincere qualcuno — soprattutto tra gli indecisi — che far cadere il governo potrebbe essere il salto nel vuoto anche per chi oggi immagina di guadagnarci.

Eppure, in politica francese, le minacce ripetute hanno un vizio: a forza di evocarle, finiscono per diventare praticabili. Se il Mercosur doveva essere un trattato commerciale, in Francia si è trasformato in un test di nervi istituzionale. E la domanda che rimbalza tra emiciclo e periferie non è più soltanto “che cosa importiamo”, ma “chi governa, e con quale maggioranza”.

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