Dal palazzo presidenziale di Bogotá alla piazza latinoamericana: accuse, contro-accuse e un continente che riscopre la parola “sovranità”.
(Foto: il presidente della Colombia, Gustavo Petro).
La scena è di quelle che sembravano archiviate: un presidente latinoamericano che risponde a Washington con il lessico della resistenza,
il richiamo a Bolívar e un invito a “scendere in piazza”. Ma il detonatore, stavolta, non è un generico braccio di ferro diplomatico.
È l’onda d’urto dell’operazione statunitense che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e al suo trasferimento negli Stati Uniti,
un passaggio che ha riacceso la discussione su legalità internazionale, dottrine d’influenza e confini del potere militare.
In questo clima, il presidente colombiano Gustavo Petro – ex militante del movimento guerrigliero M-19, oggi leader della prima presidenza
di sinistra nella Colombia contemporanea – ha scelto la linea dura. Non solo ha definito “inaccettabile” il blitz in Venezuela,
ma ha anche respinto le accuse arrivate dal presidente Usa Donald Trump, che lo ha dipinto come un attore colluso con il narcotraffico.
Il botta e risposta che incendia le Americhe
La miccia si accende con due frasi che, sommate, sembrano scritte per fare rumore. Trump, parlando ai giornalisti durante un volo presidenziale,
ha minacciato una “missione” anche in Colombia, sostenendo – senza fornire prove pubbliche – che Petro avrebbe interessi nella filiera della cocaina.
Petro ha replicato su X con parole che rimettono in campo un immaginario bellico che in Colombia pesa come piombo.
Petro, che ha spesso costruito la propria narrazione politica sulla fine delle guerre interne e sulla “pace totale”, ha però scelto un registro inatteso:
"Ho giurato di non toccare mai più un’arma, ma per il bene del mio Paese sono pronto a riprenderla".
Un’affermazione simbolica (e politicamente esplosiva) perché arriva da chi, dopo la clandestinità, ha fatto della transizione dalle armi alle istituzioni
il cuore della propria biografia pubblica.
Nel mirino del presidente colombiano non c’è soltanto Trump. È l’idea, ribadita da Petro, che i conflitti “interni” in America Latina debbano essere risolti
dai popoli della regione e non da un intervento esterno. Per questo ha lanciato un appello diretto:
"Il popolo venezuelano, colombiano e latinoamericano deve scendere in piazza".
Un invito che punta a trasformare la crisi venezuelana in una piattaforma politica continentale.
La reazione del Messico e il ritorno della “dottrina”
Petro non è solo. Un segnale politico è arrivato anche dal Messico: la presidente Claudia Sheinbaum, fin qui percepita come prudente sui dossier più
infiammabili, ha rivendicato un principio netto di autonomia regionale:
"Le Americhe non appartengono a nessuna dottrina o a nessuna potenza".
Parole che, lette tra le righe, sono una smentita frontale di qualunque “etichetta” egemonica sulle due sponde dell’Atlantico.
La questione di fondo è proprio questa: con l’operazione su Caracas e con la retorica che l’ha accompagnata, la Casa Bianca ha riportato in vetrina
il tema della Monroe Doctrine (1823) e delle sue reinterpretazioni. Nelle ore successive, analisti e diplomatici hanno parlato di un nuovo
capitolo di “dottrina rafforzata”, più muscolare, che non si limita a delimitare sfere d’influenza ma pretende di agire per imporle.
Maduro in tribunale, l’ONU e il nodo della legalità
Nel frattempo, Maduro è comparso davanti a un giudice a New York e ha respinto le accuse, definendo l’arresto un rapimento.
La sua posizione legale apre un ventaglio di questioni: dall’eventuale immunità alle modalità dell’operazione,
fino al precedente che potrebbe creare sul piano internazionale.
Il caso è rimbalzato anche nelle sedi multilaterali: alle Nazioni Unite si è discusso del profilo di legittimità dell’azione statunitense,
mentre diversi Paesi hanno chiesto chiarimenti sul rispetto del diritto internazionale.
Nel frattempo, alcune capitali europee hanno irrigidito le misure economiche: la Svizzera ha annunciato il congelamento di beni collegati a Maduro e al suo entourage,
motivandolo come misura precauzionale.
Colombia: la ferita aperta della guerra interna e l’ombra dell’ELN
In Colombia, la retorica delle armi non è mai soltanto retorica. Il Paese convive con un conflitto lungo decenni e con negoziati di pace che,
tra accelerazioni e frenate, hanno cercato di ridurre l’intensità della violenza senza riuscire a eliminarla.
Petro ha puntato su una strategia di dialogo con i gruppi armati rimasti attivi, ma proprio in queste ore torna a farsi sentire l’ELN,
che si presenta come argine all’“aggressione imperialista” e ha diffuso messaggi di mobilitazione.
Il rischio, sottolineato da osservatori regionali, è che la tensione geopolitica produca un effetto domino: più pressione esterna,
più spazio narrativo (e operativo) per chi vuole riproporsi come “resistenza” armata. In altre parole: la crisi venezuelana potrebbe diventare
un acceleratore di instabilità anche oltre i suoi confini.
Narcotraffico e sanzioni: perché Washington insiste
Il dossier droga è l’altra metà della storia. Da mesi, l’amministrazione Usa accusa la Colombia di non arginare a sufficienza la produzione di cocaina,
e in passato il clima si era già guastato dopo polemiche diplomatiche legate a manifestazioni e dichiarazioni pubbliche di Petro durante appuntamenti internazionali.
Petro respinge l’etichetta di “narco-presidente” e sostiene che le accuse siano una ritorsione politica.
Sul terreno, però, resta un dato: la Colombia è al centro di una filiera globale e ogni scarto nei numeri (coltivazioni, sequestri, rotte)
diventa materia da scontro geopolitico. E quando il tema droga si salda al tema “sicurezza continentale”, il linguaggio cambia rapidamente:
non più cooperazione, ma minaccia, sanzione, intervento.
Che cosa può succedere adesso
La partita si gioca su tre tavoli contemporanei. Primo: il piano giudiziario negli Stati Uniti, dove il caso Maduro potrebbe durare mesi e trasformarsi
in un processo-simbolo. Secondo: il piano diplomatico, con l’ONU e con i governi latinoamericani chiamati a scegliere tra prudenza e contrapposizione.
Terzo: il piano interno colombiano, dove Petro – già vicino alla fine del mandato – rischia di restare intrappolato tra la sua promessa di pacificazione
e la tentazione di guidare un fronte politico “anti-egemonico”.
Una cosa, però, è già chiara: la crisi ha rimesso in circolo vecchie parole con un suono nuovo. Sovranità, dottrina, piazza,
perfino armi. Nel continente che voleva archiviare le stagioni più scure, la politica torna a parlare come se la storia non fosse finita.