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Iva, scatta l’algoritmo: controlli 2026 e sconti a chi si regolarizza

- di: Bruno Legni
 
Iva, scatta l’algoritmo: controlli 2026 e sconti a chi si regolarizza
Incroci in tempo reale su fatture e corrispettivi, alert nel Cassetto fiscale e settori nel mirino: come cambia la caccia all’evasione Iva da gennaio. 

Da inizio anno il contrasto all’evasione Iva entra in una fase più “industriale”: meno controlli a pioggia e più segnalazioni mirate, generate da incroci automatici tra i dati che già transitano nei sistemi pubblici. L’idea è semplice (e un po’ spietata): se fatture elettroniche, corrispettivi telematici, liquidazioni periodiche e dichiarazioni raccontano storie diverse, l’anomalia non aspetta più mesi per emergere. Scatta prima, e arriva direttamente sullo schermo di chi deve decidere se correggere o rischiare.

Il perno è una nuova architettura di analisi che, secondo ricostruzioni circolate in questi giorni, utilizza modelli predittivi e classificazioni per “fasce” di rischio: non un verdetto automatico, ma una macchina che seleziona priorità. La partita, per il bilancio pubblico, è pesante: l’ammanco attribuito all’evasione Iva resta una delle voci più rilevanti del cosiddetto gap d’imposta, e la strategia 2026 punta a intercettare soprattutto frodi strutturate e irregolarità ricorrenti, riducendo i tempi tra comportamento anomalo e reazione dell’amministrazione.

Il cuore operativo sta nell’incrocio di flussi: fatture elettroniche e corrispettivi descrivono vendite e acquisti quasi in tempo reale; le comunicazioni delle liquidazioni e le dichiarazioni periodiche indicano quanto si versa e quando; l’anagrafe tributaria e altri archivi completano l’identikit. In questa logica, le incoerenze diventano “campanelli” che si accendono da soli: scostamenti netti tra imponibili dichiarati e quanto risulta dalle fatture, crediti Iva compensati in modo non compatibile con il profilo del contribuente, salti improvvisi del volume d’affari, catene di fatture con soggetti appena nati o poco “tracciabili”.

A cambiare davvero l’equilibrio, però, è la filosofia della “prevenzione” più che della punizione. L’amministrazione spinge su una compliance che assomiglia a un avviso di cortesia… ma con un timer. Se arriva un preavviso nel Cassetto fiscale, l’obiettivo dichiarato è portare il contribuente a verificare, correggere e chiudere la partita prima che diventi un accertamento vero e proprio. In molte situazioni, chi sistema rapidamente l’errore può ottenere riduzioni delle sanzioni amministrative previste in caso di irregolarità e, soprattutto, evitare che lo stesso periodo d’imposta resti sotto una lente sempre più potente.

È qui che la promessa diventa anche un test di credibilità: “ti avviso prima”, ma ti chiedo di reagire presto e bene. Il rovescio della medaglia è altrettanto chiaro: chi ignora o sottovaluta una segnalazione, rischia di trasformare un’anomalia (magari tecnica, magari dovuta a un errore contabile) in una contestazione formale, con tempi e costi molto più alti.

Sullo sfondo c’è un altro fattore: l’Europa sta ridisegnando le regole dell’Iva nell’era digitale e la traiettoria è verso più dati e più standard condivisi sulle operazioni transfrontaliere. Non è un dettaglio: le frodi più redditizie, dalle “carosello” alle triangolazioni opache, vivono spesso di confini e ritardi informativi. Con l’evoluzione delle regole europee, la direzione è ridurre lo spazio di manovra di chi conta proprio su quei vuoti.

E poi c’è la scelta dei bersagli. Le analisi pubbliche e le ricostruzioni giornalistiche di questi giorni convergono su una linea: l’azione non sarà uniforme, ma concentrata sui comparti dove l’Iva è terreno fertile per frodi e sotto-dichiarazioni. Il combinato disposto di commercio all’ingrosso, edilizia, e-commerce, ristorazione e servizi professionali è considerato ad alta esposizione, anche perché incrocia catene di fornitura complesse, pagamenti frammentati e margini dove l’“aggiustamento” può diventare abitudine.

Per le microattività e le partite Iva individuali, la linea annunciata è più graduale: prima un monitoraggio “soft”, poi l’eventuale escalation. In teoria, un percorso che dovrebbe distinguere l’errore riparabile dal comportamento sistematico. In pratica, la differenza la farà la qualità dei dati e la capacità del sistema di evitare falsi positivi: perché un algoritmo che segnala troppo, perde efficacia; un algoritmo che segnala male, perde fiducia.

Il tema più delicato è proprio questo: la governance dell’automazione. Se la selezione dei contribuenti da controllare diventa sempre più “data-driven”, crescono le domande su trasparenza, motivazione degli atti e tutela del contraddittorio. Tradotto: una segnalazione automatica non può essere un oracolo. Deve restare una traccia, non una sentenza, e l’eventuale passaggio a contestazioni formali deve essere motivato e verificabile. Come in ogni cambio di paradigma, il banco di prova non sarà lo slogan tecnologico, ma la tenuta delle garanzie.

In questo scenario, la mossa più intelligente per imprese e professionisti non è “aspettare e vedere”, ma costruire una routine di auto-controllo: riconciliare periodicamente fatture, corrispettivi e liquidazioni; monitorare l’uso dei crediti; verificare la coerenza dei volumi; fare due diligence minima sui partner commerciali più opachi. È una disciplina che costa tempo, ma spesso costa meno di un contenzioso.

Nel dibattito di questi giorni si sente ripetere un concetto, che riassume bene lo spirito della svolta: “non è più un fisco che arriva dopo: è un fisco che prova ad arrivare prima”. La promessa è alleggerire il peso sui contribuenti regolari e concentrare le risorse dove il rischio è più alto. La sfida, per l’amministrazione, è dimostrare che la velocità non diventa fretta e che la tecnologia non diventa opacità.

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