È accaduto di nuovo. Un’altra donna, un’altra giovane vita spezzata, un altro femminicidio che si aggiunge a un elenco che in Italia si allunga senza sosta. Si chiamava Sara Campanella, aveva ventidue anni e studiava all’università. È stata uccisa in pieno giorno, nei pressi dello stadio cittadino, davanti a passanti attoniti che hanno visto Sara accasciarsi sull’asfalto senza poter fare nulla per salvarla.
L’Italia che continua a contare le sue vittime: Sara accoltellata a 22 anni per strada a Messina
Il suo presunto assassino è stato fermato in mattinata, si tratta di Stefano Argentino, 27enne collega di università della vittima, accusato ora di omicidio pluriaggravato. Stando a quanto detto nella conferenza stampa del procuratore capo di Messina, Argentino aveva rivolto attenzioni morbose nei confronti di Sara Campanella negli ultimi anni.
La dinamica di quanto successo a Messina è la stessa che si ripete da anni nelle cronache italiane. Un ragazzo che non accetta la fine di una relazione, che trasforma il rifiuto in rabbia, il possesso in violenza. Secondo gli inquirenti, Sara aveva interrotto da tempo ogni rapporto con lui, ma l’ex continuava a cercarla, a perseguitarla, a non rassegnarsi. I messaggi, le telefonate, gli appostamenti. Fino a ieri, quando la sua ossessione si è trasformata in omicidio.
La mappa dei femminicidi in Italia
Quella di Sara è l’ennesima storia di violenza che si poteva evitare. Secondo i dati ufficiali, dall’inizio del 2024 le donne uccise in Italia sono già oltre trenta, e quasi tutte hanno trovato la morte per mano di un marito, di un compagno, di un ex. È un fenomeno strutturale, che attraversa tutte le regioni, tutte le città, senza distinzioni sociali o geografiche. Ogni settimana, ogni mese, il bollettino delle vittime si aggiorna. Secondo l’Istat, nel 2023 i femminicidi sono stati 120. Una ogni tre giorni.
La rabbia di una città, il dolore di un Paese
A Messina, dove Sara viveva e studiava, l’impatto di quanto accaduto è stato immediato. La città si è svegliata sotto shock, mentre la polizia dava la caccia al ragazzo in fuga. Nella notte è stato fermato poco lontano dal centro, senza opporre resistenza. Ma la ferita resta. Sui social, nelle strade, nelle università, il suo nome è diventato l’ennesimo simbolo di una strage silenziosa. Il sindaco ha proclamato il lutto cittadino, in serata ci sarà una fiaccolata in piazza Municipio, come già accaduto in decine di città italiane dopo ogni omicidio.
Le risposte che non arrivano
Ogni volta che succede, si moltiplicano le domande: cosa si poteva fare per fermarlo? C’erano segnali d’allarme? Chi poteva proteggere Sara? E ogni volta, le risposte arrivano troppo tardi. In Parlamento si discute di nuove misure, di rafforzare i centri antiviolenza, di garantire più strumenti di tutela. Ma intanto, le statistiche raccontano una realtà diversa: le denunce restano poche, spesso ritirate per paura o per sfiducia, e la violenza di genere continua a crescere.
Un fenomeno che non è emergenza, ma sistema
La morte di Sara non è un caso isolato. È la punta visibile di un iceberg fatto di controllo, ossessione, violenza fisica e psicologica che migliaia di donne subiscono ogni giorno in Italia. Un fenomeno che non può più essere chiamato emergenza, perché non è un evento improvviso e straordinario: è la normalità tragica di un sistema che continua a produrre vittime.
Una generazione senza futuro
Sara aveva ventidue anni. Studiava, usciva con gli amici, progettava la sua vita. Come Giulia, come Alessandra, come tante altre donne che hanno perso la vita per mano di uomini che dicevano di amarle. Il loro futuro si è fermato, ma la domanda resta sempre la stessa: quanto ancora dovremo contarle?