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Cacio e pepe da premio: l’Italia trionfa agli IgNobel 2025

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Cacio e pepe da premio: l’Italia trionfa agli IgNobel 2025

Una forchettata di cacio e pepe e un applauso dalla platea di Harvard. Non è la scena di un film, ma la fotografia di quanto accaduto alla cerimonia degli IgNobel 2025, i riconoscimenti che ogni anno premiano le ricerche più stravaganti ma non per questo meno serie. Quest’anno, tra pipistrelli che reagiscono all’alcol e lucertole attratte dalla pizza, a strappare risate e riflessioni è stato un gruppo di ricercatori italiani, capaci di trasformare il più romano dei piatti in un laboratorio di fisica.

Cacio e pepe da premio: l’Italia trionfa agli IgNobel 2025

Dietro il gioco delle consistenze non c’è improvvisazione. Gli studiosi hanno indagato come l’amido della pasta e la caseina del pecorino, mescolati con l’acqua di cottura, generino proprietà reologiche simili a quelle di fluidi complessi. Il risultato è una salsa che non è solo capolavoro gastronomico, ma modello per capire dinamiche che vanno dalla chimica industriale alla scienza dei materiali.

L’ironia che diventa metodo
Chi conosce gli IgNobel sa che il premio nasce per far sorridere. Ma il motto che accompagna ogni edizione – “ricerche che fanno prima ridere e poi pensare” – non è una battuta. È la cifra di un approccio che ricorda alla comunità scientifica, e al pubblico, quanto la curiosità sia spesso la madre delle scoperte.

Che cosa c’è di più quotidiano di un piatto di pasta? Eppure, proprio in quella banalità, gli italiani hanno trovato lo spunto per una riflessione più ampia: la cucina come strumento per rendere la scienza accessibile, un linguaggio che avvicina i cittadini al sapere senza filtri. Perché se tutti conoscono il gusto della cacio e pepe, pochi immaginano che dietro la sua cremosità si nasconda un intero capitolo di fisica applicata.

Pipistrelli, lucertole e altri mondi
Accanto al trionfo tricolore, il palco di Harvard ha celebrato altre ricerche ai limiti del surreale. C’è chi ha studiato i pipistrelli dopo aver ingerito alcol, scoprendo che anche loro, come gli umani, diventano goffi e disorientati. E c’è chi ha osservato le preferenze alimentari delle lucertole, scoprendo un inaspettato entusiasmo per la pizza. Storie che sembrano barzellette, ma che raccontano la serietà di un metodo: osservare, sperimentare, non dare nulla per scontato.

Orgoglio italiano
L’Italia, con la cacio e pepe, non porta a casa solo un trofeo ironico. Porta un segnale: la capacità di trasformare un simbolo identitario in occasione di ricerca riconosciuta a livello internazionale. In un Paese in cui la scienza fatica spesso a dialogare con il grande pubblico, il premio diventa una finestra: dimostra che la divulgazione può passare anche da un piatto fumante, e che l’autoironia è un ingrediente prezioso nel dibattito culturale.

Non è un caso che i ricercatori premiati abbiano sottolineato come la cucina, con le sue pratiche quotidiane, sia una palestra perfetta per insegnare concetti complessi a studenti e curiosi. La scienza, insomma, può abitare tra i fornelli, senza perdere dignità.

Una lezione che resta
Al di là delle risate, il messaggio degli IgNobel resta sempre lo stesso: non c’è confine tra ricerca alta e curiosità bassa. Tutto può diventare oggetto di indagine, purché lo si osservi con metodo. E spesso sono proprio gli oggetti più ordinari – un piatto di pasta, una bevanda alcolica, un avanzo di pizza – a rivelare dinamiche che parlano di noi, della natura che ci circonda e delle leggi che la governano.

Per questo il premio non è solo folklore accademico, ma un invito. Guardare il mondo con occhi diversi, non smettere di farsi domande, accettare che la scienza possa anche divertire. Perché se è vero che la cacio e pepe è un orgoglio della tradizione romana, da oggi è anche un piccolo monumento alla creatività scientifica italiana.

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