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Crans-Montana, dentro la strage: video, falle e responsabilità

- di: Marta Giannoni
 
Crans-Montana, dentro la strage: video, falle e responsabilità

Sullo sfondo del rogo di Capodanno a Crans-Montana, l’indagine entra nella fase più delicata: immagini di sorveglianza, testimonianze a raffica, verifiche sulla sicurezza e una domanda che non smette di rimbalzare tra Svizzera e resto d’Europa: com’è possibile che un locale così affollato fosse rimasto fuori radar per anni?

A poche decine di metri dall’ingresso di Le Constellation l’aria sa ancora di fumo, ma nei palazzi della giustizia e negli uffici comunali il clima è tutto fuorché immobile. La tragedia che nella notte di Capodanno ha ucciso 40 persone e ferito oltre un centinaio di giovani sta diventando un caso-simbolo: non solo per la dinamica del rogo, ma per la catena di decisioni (o omissioni) che potrebbe aver preparato il terreno al disastro.

Il fascicolo in Svizzera ruota attorno ai gestori, Jessica Moretti e Jacques Moretti, finiti al centro di un’inchiesta per reati colposi legati a morte, lesioni e incendio. Ma la pressione si allarga: avvocati delle famiglie e opinione pubblica chiedono di chiarire responsabilità “a più livelli”, dalla conduzione del locale ai controlli sul territorio, fino alla politica locale. E intanto anche fuori dai confini elvetici si muovono altre procure, perché tra le vittime e i feriti ci sono cittadini di diversi Paesi europei.

Il punto di svolta, oggi, passa da ciò che non discute: le immagini. Gli investigatori stanno passando al setaccio video di sorveglianza e filmati raccolti dai presenti. In questo mosaico si inserisce una delle ipotesi più esplosive: che Jessica Moretti, ferita a un braccio, sia stata ripresa mentre si allontanava portando via la cassa. È un dettaglio che, se confermato in modo inequivocabile, cambierebbe il tono dell’intera vicenda: da catastrofe colposa a racconto di panico, scelte sbagliate e possibile egoismo nel momento peggiore.

Nel frattempo emergono altri frammenti dalle testimonianze: accessi ritenuti troppo “facili”, controlli all’ingresso giudicati insufficienti, e la sensazione – riferita da più persone – che quella sera il locale fosse oltre la capienza compatibile con una gestione ordinata delle uscite. Un elemento ricorrente è la descrizione del piano inferiore come “più discoteca che bar”, con musica e folla compatta: proprio l’ambiente in cui, in caso d’incendio, la velocità con cui si saturano aria e vie di fuga può diventare micidiale.

Sulla causa scatenante, la pista più citata dagli inquirenti e dai media svizzeri e internazionali riguarda l’uso di dispositivi pirotecnici da festeggiamento – le classiche “fontane” o scintille da bottiglia – sollevati verso il soffitto. Diversi resoconti parlano di materiali fonoassorbenti o rivestimenti che avrebbero preso fuoco rapidamente, innescando una propagazione fulminea. In conferenze stampa e aggiornamenti ufficiali, il concetto-chiave che torna è la rapidità: fiamme che corrono, fumo che invade, secondi che diventano minuti impossibili.

A rendere il quadro più incandescente c’è poi il capitolo controlli antincendio. Nel sistema svizzero la prevenzione non è “una taglia unica”: le regole e l’organizzazione variano da cantone a cantone, e in Vallese una parte dei controlli è in capo ai comuni. Il Comune di Crans-Montana ha riconosciuto che negli ultimi anni non sarebbero stati effettuati sopralluoghi regolari nel locale, e questo ha aperto una crepa politica difficilissima da richiudere: se un anello della catena salta, chi paga davvero?

Nel mirino finisce anche il sindaco Nicolas Féraud, che ha respinto le richieste di dimissioni ma si trova schiacciato tra due fronti: da una parte la necessità di garantire trasparenza, dall’altra la rabbia di famiglie e comunità. In pubblico il messaggio è quello della continuità istituzionale, ma fuori dalle sale stampa il tema è brutale: la gente chiede perché un posto percepito come “locale della notte” fosse trattato come un semplice bar, e se l’aggiornamento dei controlli abbia seguito davvero la trasformazione del Constellation negli anni.

Anche i gestori hanno fatto trapelare la loro linea, assicurando collaborazione e disponibilità a “prendersi le responsabilità” che emergeranno. È un passaggio che pesa, perché arriva mentre cresce l’insofferenza per il fatto che non ci siano state misure drastiche immediate nei loro confronti, come la custodia cautelare. Su questo punto, giuristi e commentatori ricordano che la procedura svizzera segue criteri precisi (rischio di fuga, inquinamento delle prove, reiterazione), ma nella percezione pubblica il confine tra garantismo e inazione è sempre il più scivoloso.

E poi c’è il fronte “estero”. In Italia è stato aperto un fascicolo dalla Procura di Roma per i profili di competenza legati alle vittime italiane: una scelta che non sostituisce l’inchiesta svizzera, ma serve a raccogliere atti, valutare ipotesi di reato e tutelare i familiari. Nelle stesse ore, l’attenzione mediatica segue i rimpatri, le identificazioni e i funerali: riti che trasformano una tragedia avvenuta sulle Alpi in un lutto condiviso anche a centinaia di chilometri di distanza.

Dentro questa storia, i dettagli contano quanto le grandi decisioni: una porta laterale, un codice, una verifica saltata, un estintore dov’era (o non era), una licenza che autorizza “bar” ma non necessariamente “discoteca”, un intervento tecnico rimandato. E soprattutto la domanda che torna nelle chat delle famiglie e nelle assemblee cittadine: se un ispettore fosse entrato davvero, con occhi da prevenzione, cosa avrebbe visto?

"Porterò questo peso per tutta la vita": è una frase attribuita al sindaco nelle cronache dei giorni successivi, ed è la sintesi più cruda di una vicenda che non si chiuderà in fretta. Perché l’indagine non deve solo stabilire come è partito l’incendio, ma anche se quel rogo era evitabile. E quando una strage è evitabile, la cronaca diventa inevitabilmente politica. 


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