Retate, maschere e poteri “accelerati”: come l’agenzia anti-migranti è diventata il simbolo del nuovo pugno duro.
In America tre lettere bastano per far cambiare marciapiede a un quartiere intero: ICE. Non è solo una sigla, è un suono metallico che oggi accompagna perquisizioni lampo, controlli sul lavoro, arresti “a sorpresa” e una scena ormai ricorrente: agenti in tenuta tattica, spesso con il volto coperto, che entrano ed escono come se la città fosse un set e loro la troupe armata.
Formalmente, ICE (Immigration and Customs Enforcement) è l’agenzia federale del Department of Homeland Security incaricata di far rispettare le leggi sull’immigrazione e di combattere alcuni reati transnazionali. Sostanzialmente, nell’America del secondo mandato di Donald Trump, è diventata il volto operativo di una strategia politica: dimostrare che il potere federale può entrare nelle “sanctuary cities” e dettare il ritmo, anche quando sindaci e governatori dicono “no”.
Il caso che ha riacceso la miccia è Minneapolis. Tra il 6 e l’8 gennaio 2026, il DHS ha annunciato e avviato quella che ha definito la più grande operazione di immigrazione mai condotta nello Stato: circa 2.000 agenti federali nell’area Minneapolis–St. Paul, con ICE affiancata anche da altre componenti del dipartimento. Il messaggio politico è arrivato prima ancora dei numeri: quando Kristi Noem (segretaria alla Sicurezza interna) si fa vedere sul campo, non è solo cronaca, è regia.
Poi è arrivata la sparatoria. Il 7 gennaio 2026 un’agente di ICE ha ucciso a colpi d’arma da fuoco Renee Nicole Good durante un’azione a Minneapolis: versione federale, “autodifesa” perché l’auto sarebbe stata usata come arma; versione di parte della politica locale e di attivisti, operazione militarizzata e sproporzionata. In poche ore la vicenda è diventata un detonatore nazionale: piazze, proteste, richieste di indagine, accuse incrociate tra autorità statali e federali.
Qui entra in scena la domanda vera, quella che va oltre il singolo episodio: che cos’è diventata ICE e soprattutto come l’amministrazione Trump le ha spalancato porte che la legge, sulla carta, non spalanca affatto. Non serve immaginare complotti: basta guardare la somma di strumenti legali “tirati al massimo”, prassi aggressive e aree grigie in cui la differenza tra potere e abuso la fa spesso la velocità con cui si agisce.
Primo snodo: la deportazione “fast track”. Nel gennaio 2025, a inizio mandato, il DHS ha annunciato l’uso dell’expedited removal “to the fullest extent authorized by Congress”: tradotto, espulsioni accelerate con margini ridotti di revisione giudiziaria, affidate alla valutazione di funzionari e agenti del dipartimento. La norma esiste da anni, ma l’ampiezza applicativa cambia tutto: ciò che era spesso circoscritto a contesti di confine può diventare uno strumento interno, rapido, difficile da contestare in tempo reale, e capace di trasformare un controllo in un biglietto di sola andata.
Secondo snodo: la “delega” alle polizie locali, cioè il programma 287(g). È la leva con cui Washington può trasformare sceriffi e dipartimenti municipali in braccia operative dell’immigrazione: alcuni agenti locali ricevono poteri specifici per identificare, trattenere e avviare procedure legate allo status migratorio. Nel 2025 la Casa Bianca ha spinto forte su questa architettura: secondo documenti e ricostruzioni, l’amministrazione ha anche proposto di coprire salari e benefit (e una quota di straordinari) per convincere nuove giurisdizioni ad aderire. Per i critici, è una scorciatoia per aggirare l’ostilità delle “sanctuary cities”: se il sindaco non collabora, si passa dalla porta accanto, comprando collaborazione altrove.
Terzo snodo: i limiti costituzionali che, nella pratica, vengono messi sotto pressione. Negli Stati Uniti la Quarta e la Quinta tutela non sono dettagli: entrate in casa, perquisizioni, fermi e trattenimenti hanno paletti chiari. Non a caso, associazioni e avvocati insistono su un punto: un “warrant” amministrativo di ICE non è un mandato di un giudice. In altre parole, se non c’è una firma di un tribunale (o un consenso), l’ingresso in un’abitazione resta un terreno minato. È una distinzione tecnica, sì, ma nella vita reale è la differenza tra “bussa” e “sfonda”.
E poi c’è la questione delle detainers (richieste di trattenimento). Diverse decisioni federali degli ultimi anni hanno chiarito che trattenere una persona oltre il tempo previsto solo perché lo chiede l’immigrazione può esporre contee e città a responsabilità per detenzione illegittima. Per molte amministrazioni locali, è uno dei motivi per cui le “sanctuary policies” non sono (solo) ideologia: sono anche gestione del rischio legale. Ma quando la pressione politica sale, la linea tra cooperazione e “facciamolo e poi vediamo” diventa più sottile.
Fin qui gli strumenti. Ora lo stile operativo. Negli ultimi mesi, una parte del dibattito pubblico americano ruota attorno a due immagini: le maschere e l’uso della forza. Sul primo punto, in Congresso sono state presentate proposte per imporre identificativi visibili e limitare i coprivolto per agenti federali, proprio perché la combinazione “anonimato + poteri di arresto” è benzina su un incendio di sfiducia. I sostenitori della linea dura parlano di sicurezza degli agenti; gli oppositori replicano che la trasparenza è un presidio minimo, soprattutto quando si opera tra civili.
Sul secondo punto, la cronaca recente alimenta l’allarme: secondo ricostruzioni giornalistiche statunitensi, in un arco di pochi mesi agenti legati all’enforcement migratorio avrebbero sparato più volte contro persone in auto, invocando l’autodifesa. È una casistica delicatissima: negli USA l’auto può essere considerata un’arma, ma proprio per questo le regole di ingaggio e la formazione fanno la differenza tra necessità e deriva.
E qui arriva il capitolo che inquieta anche molti addetti ai lavori: il reclutamento. Una macchina che cresce in fretta rischia di crescere male. Media statunitensi hanno riportato polemiche su tempi e modalità di addestramento, con accuse di compressione dei percorsi formativi per immettere nuovi agenti più rapidamente sul terreno. Anche ammesso che ogni agenzia aggiorni i programmi, l’equazione è brutale: più agenti in strada, più contatti, più frizione, più incidenti. La legge non cambia, ma la probabilità di scontro sì.
In questo contesto, il dispiegamento a Minneapolis non è un fulmine isolato: è un format. Già nel primo mandato di Trump, Portland (2020) era diventata un laboratorio di presenza federale massiccia e contestata; oggi il copione si ripropone con un obiettivo politico più esplicito: colpire le città democratiche e mostrarle come “inermi”, “complici” o “fuori controllo”, mentre Washington si presenta come l’unico scudo.
I democratici e molte organizzazioni per i diritti civili leggono questa escalation come una strategia di potere: non solo “arrestare chi è irregolare”, ma ridefinire i confini tra governo federale e autonomie locali. In Minnesota, il governatore Tim Walz ha attaccato frontalmente l’operazione, denunciandone la natura politica e il clima di paura nelle comunità. Dall’altra parte, l’amministrazione ribatte con il linguaggio dell’ordine e della minaccia: sicurezza nazionale, criminalità, gang, frodi. Una narrazione che, a ogni retata, cerca conferme.
Il punto, però, è che anche l’ordine ha regole. E quando l’esecutivo “spinge” un’agenzia al limite, il rischio non è solo etico: è giuridico. La mano libera di Trump non è un singolo decreto magico, ma una combinazione di fattori: poteri accelerati usati più largamente, programmi di cooperazione locale incentivati economicamente, operazioni ad alto impatto mediatico in territori ostili, e una cultura operativa che privilegia l’effetto shock.
È qui che i critici parlano di “oltre i limiti della legge”: non perché la legge sia sparita, ma perché viene interpretata in modo massimalista, sfruttando ogni margine, ogni ambiguità, ogni zona grigia. Il risultato è una sensazione di impunità che si autoalimenta: se l’obiettivo è “fare numeri” e “mostrare forza”, la cautela diventa un intralcio. E l’intralcio, in politica, è un lusso che questa stagione non vuole permettersi.
Lo scontro, adesso, è aperto e totale: federali contro città “santuario”, sicurezza contro diritti, deterrenza contro trasparenza. E in mezzo, persone reali: lavoratori, famiglie, residenti, cittadini e non cittadini, che scoprono quanto può essere sottile il confine tra un controllo e una vita rovesciata in pochi minuti.
"Se un’agenzia può agire mascherata, senza identificazione chiara e con procedure accelerate, la democrazia si abitua al buio": è il senso del monito che attraversa la società civile americana. E oggi, piaccia o no, il buio ha una sigla corta e tagliente: ICE.