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Groenlandia, la legge anti-speculazione sfida le mire USA

- di: Vittorio Massi
 
Groenlandia, la legge anti-speculazione sfida le mire USA
Tra terra pubblica, stretta sugli acquisti esteri e screening degli investimenti, Nuuk alza il livello: non è un muro, è un filtro. E manda un messaggio a Washington. 
 
(Foto: Jens Frederik Nielsen, primo ministro della Groenlandia).

In Groenlandia la terra, per tradizione e per legge, non è un “pezzo” da mettere sul mercato come un qualsiasi asset immobiliare. Ed è proprio da qui che passa la nuova linea di difesa politica di Nuuk: meno spazio a speculazione, scorciatoie e bandierine piantate via compravendite; più controlli su chi compra, su chi investe e — soprattutto — su cosa sta davvero cercando. Il senso della svolta entrata in vigore il 1° gennaio 2026 è semplice: se l’isola è diventata la parola più pronunciata nel risiko artico, allora servono regole che impediscano di trasformare l’interesse geopolitico in colonizzazione economica.

Il punto non è “chiudersi”. È evitare che l’apertura si trasformi in un varco. E l’impressione è che a Nuuk abbiano letto bene i segnali: la pressione politica statunitense è tornata a salire e l’argomento “sicurezza” viene agitato come una chiave universale. Proprio per questo, in un raro gesto di compattezza, i leader dei principali partiti groenlandesi hanno diffuso una dichiarazione congiunta per ribadire che il futuro dell’isola lo decide l’isola. "Non vogliamo essere americani… vogliamo essere groenlandesi" è la frase che ha fatto il giro del mondo, accompagnata dalla richiesta di rispetto e autodeterminazione.

La nuova legge sugli acquisti immobiliari e sui diritti d’uso dei terreni si inserisce esattamente in questa cornice: difendere la sovranità “pratica”, quella che passa dai contratti. In Groenlandia, infatti, la terra è pubblica: non si compra il suolo, ma si può ottenere il diritto di usare un lotto e si possono comprare e vendere immobili. È un dettaglio tecnico che diventa politico quando crescono gli appetiti esterni. E negli ultimi mesi — secondo quanto ricostruito da media nordici — le autorità hanno registrato un aumento dell’interesse dall’estero per proprietà e diritti d’uso, con lo sguardo inevitabilmente puntato sugli Stati Uniti.

Cosa cambia, in concreto? La norma rende molto più difficile per cittadini non danesi e per società straniere acquistare immobili o ottenere diritti esclusivi su lotti, salvo condizioni stringenti: residenza stabile e tassazione in Groenlandia per un periodo minimo (la soglia più citata nelle ricostruzioni è oltre due anni). In parallelo, resta più lineare il percorso per chi è legato al perimetro del Regno: Groenlandia, Isole Faroe e Danimarca sono l’area “di fiducia” a cui la legge concede maggiore libertà di acquisto.

Il voto che ha portato al via libera è stato quasi plebiscitario: in autunno il parlamento groenlandese, l’Inatsisartut, ha approvato la stretta con 21 voti favorevoli e nessun contrario, con un gruppo di astenuti a segnalare che il tema è sensibile anche internamente. Ma la direzione non è stata messa in discussione: proteggere il mercato immobiliare locale e impedire che l’onda geopolitica si traduca in una campagna acquisti mascherata.

Il messaggio, letto tra le righe, è duplice. Primo: l’isola non accetta “fatti compiuti” economici che domani possono trasformarsi in argomenti politici. Secondo: se qualcuno pensa di consolidare influenza attraverso società di comodo, acquisizioni aggressive o catene societarie opache, dovrà fare i conti con una cornice più rigida. In tempi di nuova competizione artica, la proprietà (anche solo dell’immobile, anche solo del diritto d’uso) è un pezzo di infrastruttura di potere.

E non è l’unico pezzo. Perché, accanto all’immobiliare, Nuuk si sta muovendo anche sul terreno più esplosivo: gli investimenti nei settori sensibili, a partire da energia, miniere, logistica e tecnologie. Qui entra in gioco l’altra gamba della “difesa economica”: un impianto di screening degli investimenti esteri pensato per consentire al governo di valutare e, se necessario, bloccare operazioni considerate un rischio per sicurezza e ordine pubblico. Non un principio astratto: una cassetta degli attrezzi con cui un esecutivo può dire sì, no o “sì ma a certe condizioni”.

Il contesto è evidente: la Groenlandia è al centro di una corsa a minerali critici e rotte artiche, mentre le grandi potenze temono che concorrenti e rivali possano mettere radici in punti strategici. Centri di analisi internazionali insistono sul ruolo dell’isola nella catena di approvvigionamento di materie prime fondamentali e nella sicurezza del Nord Atlantico. E infatti le dichiarazioni pubbliche in Europa si sono fatte più nette: in questi giorni, ad esempio, da Berlino è arrivato un richiamo secco al fatto che il diritto internazionale vale per tutti, e che qualsiasi scelta su Groenlandia e Danimarca spetta ai diretti interessati.

Sullo sfondo, la politica danese ragiona ad alta voce su scenari che fino a poco fa sarebbero stati tabù. In un’intervista diventata simbolica, una parlamentare socialdemocratica ha spiegato la necessità di sperare nel meglio ma prepararsi al peggio. "Bisogna sperare nel meglio e prepararsi al peggio" non è solo una formula: è la fotografia di un’ansia strategica che da Copenaghen arriva fino a Nuuk. E tocca anche l’alleanza atlantica, perché l’idea di un braccio di ferro tra alleati sul territorio di un membro Nato è una crepa che fa tremare l’architettura intera.

Non a caso, anche da Roma sono arrivate prese di posizione: Giorgia Meloni ha escluso l’ipotesi di una mossa militare statunitense e ha spinto per una presenza Nato più robusta nell’Artico; nelle ore successive, ambienti istituzionali italiani hanno rilanciato l’idea di una strategia nazionale per l’area artica, tra ricerca, cooperazione e supporto alle imprese. La Groenlandia, insomma, è diventata un test di politica estera anche per Paesi lontani dal Circolo Polare.

Dentro questa pressione, Nuuk prova a tenere insieme due esigenze che sembrano incompatibili ma non lo sono: restare “open for business” e, contemporaneamente, impedire che il business diventi una scorciatoia per la sovranità. Il settore minerario è l’emblema: da un lato l’isola punta a diversificare un’economia ancora molto dipendente dalla pesca e dai trasferimenti danesi; dall’altro vuole evitare che capitali e controllo finiscano in mani percepite come politicamente ingombranti. Le dispute degli ultimi anni su progetti minerari e licenze, e le tensioni legali legate a risorse strategiche, hanno insegnato quanto sia delicato l’equilibrio tra attrarre investimenti e mantenere il timone.

La legge “anti-speculazione” sugli immobili, letta così, è un tassello molto moderno: non parla di missili né di basi, ma di catasto, residenza fiscale, autorizzazioni e diritti d’uso. È la versione contemporanea della difesa territoriale, adattata a un mondo in cui un contratto può valere quanto un confine. E vale anche come messaggio preventivo a qualsiasi multinazionale: qui non si compra “posizione”, si negozia un progetto dentro regole scritte a Nuuk.

Resta la domanda chiave: basterà? La risposta più onesta è che servirà altro, e Nuuk lo sa. Le norme funzionano se sono applicabili, se gli uffici hanno strumenti per verificare catene societarie e beneficiari finali, se esistono sanzioni credibili e se la politica regge alle pressioni quando il conto in gioco si fa grande. Ma intanto la Groenlandia ha tracciato una linea: non è una terra di nessuno, e nemmeno una scorciatoia per chi vuole piazzare bandiere con la carta di credito.

E infatti, nel braccio di ferro verbale che rimbalza tra Washington e l’Artico, Nuuk prova a ribadire il concetto più semplice e più difficile: il futuro non si compra. "Non siamo un pezzo di terra in vendita" è la frase che torna, detta in forme diverse da politica, società civile e anche da voci religiose presenti nella capitale. In un’epoca di grandi appetiti, la Groenlandia risponde con una parola che suona quasi rivoluzionaria: regole. 

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