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Commercio in fuga: oltre 140mila negozi persi in 12 anni

- di: Bruno Coletta
 
Commercio in fuga: oltre 140mila negozi persi in 12 anni
Nel cuore delle città italiane la saracinesca si alza con difficoltà: i numeri dello tsunami del commercio.

In un’Italia che cambia pelle, il commercio di vicinato sta vivendo una vera e propria emorragia. Secondo i dati più recenti diffusi dalla Confcommercio nel novembre 2025, oltre 140.000 attività di dettaglio e ambulanti sono scomparse tra il 2012 e oggi — con la prospettiva di perderne altre 114.000 entro il 2035 se non si interviene tempestivamente.

Il bilancio pesante

Nel dettaglio: al 2024 risultano attive circa 534.000 imprese del commercio al dettaglio (con sede fissa e ambulante). Il confronto con il 2012 mostra una contrazione netta, pari a oltre 140.000 unità complessive.

Tra i segmenti più colpiti: distributori di carburante (-42,2 %), articoli culturali e ricreativi (-34,5 %), commercio non specializzato (-34,2 %), mobili/ferramenta (-26,7 %) e abbigliamento/calzature (-25 %).

Il fenomeno nei centri storici e piccoli comuni

La perdita maggiore riguarda i centri storici delle città e i comuni medio-grandi del Centro-Nord: ad esempio, città come Ancona registrano un calo fino al -38,3 % delle attività, seguita da Trieste (-31,1 %) e Ravenna (-30,9 %).

Nei piccoli comuni e al Sud la tenuta appare migliore, ma non si tratta di resistenza: spesso la riduzione è legata alla fuga di popolazione verso Nord o alla scarsa penetrazione dell’e-commerce locale.

Tempi duri per i negozi fisici, boom online e turismo immobiliare

Se da un lato moltissimi esercizi tradizionali abbassano la serranda, dall’altro le imprese del commercio online o per corrispondenza crescono: +114,9 % tra il 2012 e il 2024.

Un’altra tendenza: nel centro città le attività tradizionali lasciano spazio ai servizi (farmacie +12,3 %, telefonia +10,5 %) e soprattutto al fenomeno degli affitti brevi (+170 % nell’ultimo anno).

Quali sono le conseguenze?

  • Vivibilità urbana: vie deserte e botteghe chiuse riducono l’attrattività e la sicurezza dei quartieri.
  • Cohesione sociale: il commercio di vicinato è spesso un presidio sociale, la sua perdita indebolisce il tessuto comunitario. Come osserva il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli: “La desertificazione commerciale minaccia la vivibilità, la sicurezza e la coesione sociale delle nostre città”. :contentReference[oaicite:12]{index=12}
  • Economia urbana: meno negozi attivi significano meno attrattiva per i consumatori, minori presenze nei centri, effetti a catena su trasporti, servizi e immobili.

Le proposte per invertire la rotta

Confcommercio ha messo sul tavolo un pacchetto di interventi articolati, nell’ambito del progetto “Cities – Spazi che cambiano, economie urbane che crescono”:

  • Patti locali per la riattivazione dei locali sfitti: canoni calmierati, accordi fra comuni, associazioni e proprietari.
  • Animazione urbana e accompagnamento all’avvio d’impresa: sostegno alle nuove imprese di quartiere.
  • Logistica urbana sostenibile e digitale: piattaforme integrate per il commercio di prossimità.
  • Welfare territoriale e crediti spendibili nei negozi: per rafforzare il legame comunitario tra imprese e cittadini.

Campanelli d’allarme: cosa osservare?

Per chi è attivo nel commercio, oppure per amministratori cittadini, ecco alcuni segnali da tenere d’occhio:

  • Elevato numero di locali sfitti – lo studio rileva circa 105.000 negozi inattivi al 2025.
  • Elevata incidenza di chiusure rispetto alle aperture: in alcune regioni 1 nuova apertura ogni 3-4 chiusure.
  • Declino demografico o spopolamento: meno residenti significa meno domanda, specialmente nei piccoli comuni o nei comuni.
  • Concorrenza dell’online e business model cambiati: la presenza fisica va ripensata in modo integrato digitale-reale.

Qual è la strada per il futuro?

Non si tratta soltanto di salvare i negozi, ma di ripensare l’ecosistema urbano. Gli spazi commerciali, i servizi di prossimità, la mobilità, il digitale e la coesione sociale devono dialogare insieme. Se fallisce il commercio sotto casa, è l’intera comunità che lo paga. Come sintetizza Paolo Testa, responsabile Urbanistica e Rigenerazione Urbana di Confcommercio: “La desertificazione commerciale continua a rappresentare un elemento di depauperamento economico e sociale”.

In definitiva: le città italiane che vorranno restare vive dovranno trasformare la sfida in opportunità, reinventando il commercio locale non come semplicemente “negozio che vende”, ma come nodo di rete fra comunità, servizi, innovazione e vicinato. Altrimenti, rischiano di diventare spazi di passaggio e non di vita.

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