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Wall Street senza direzione, Asia parte bene tra difesa e dollaro

- di: Matteo Borrelli
 
Wall Street senza direzione, Asia parte bene tra difesa e dollaro
Chiusura USA quasi immobile ma con una rotazione fragorosa: difesa in volata e tecnologia sotto pressione. In Asia (attenzione: sono aperture, non chiusure) Tokyo guida il passo con Fast Retailing, debutto-show di MiniMax a Hong Kong, Australia frenata da Rio Tinto. Valute e materie prime si muovono tra payrolls USA e verdetto della Corte Suprema sui dazi.

Wall Street ha chiuso la seduta di giovedì 8 gennaio 2026 in modalità “calma apparente”: l’S&P 500 ha segnato un +0,53 punti (meno di +0,1%) a 6.921,46. Il Dow Jones ha messo a segno +0,6% a 49.266,11, mentre il Nasdaq ha ceduto -0,4% a 23.480,02. Il segnale più rumoroso, però, è arrivato dal Russell 2000 (+1,1% a 2.603,90): piccole e medie più pimpanti dei colossi, un classico quando il mercato “fiuta” temi domestici e rotazioni settoriali.

La seduta è stata una dimostrazione pratica di come gli indici possano mentire senza mentire: la fotografia finale è piatta, ma dentro la stanza si è ballato. Da un lato la tecnologia ha fatto fatica, con ribassi su nomi pesanti come Nvidia, Apple, Microsoft e Broadcom (pressando l’intero comparto). Dall’altro, l’aerospazio e la difesa hanno preso la scena, spingendo l’indice di settore a nuovi massimi e compensando la zavorra tech.

Il carburante della difesa è stato politico, ma l’effetto è stato da mercato: l’idea di un forte aumento della spesa militare ha fatto scattare titoli come RTX, Lockheed Martin, Northrop Grumman e Kratos Defense, con rialzi a doppia cifra per alcuni nomi più “sensibili” al ciclo degli ordini. È una dinamica che piace ai gestori perché ha due facce: crescita di ricavi per i contractor e rotazione “value” che spesso riemerge quando il tech viene preso di mira dalle prese di profitto.

In parallelo, c’è stato un dettaglio da copertina: Alphabet ha beneficiato di un rimbalzo che, secondo ricostruzioni di mercato, l’ha aiutata a superare Apple per capitalizzazione per la prima volta dal 2019. È il tipo di statistica che fa rumore non perché cambi i fondamentali in una notte, ma perché racconta la narrativa del momento: l’ecosistema AI e la pubblicità “resiliente” tornano a fare gola proprio mentre una parte del tech hardware viene ricalibrata.

Il bilancio più ampio resta costruttivo: a livello settimanale gli indici principali hanno chiuso in rialzo (con il Russell 2000 davanti), e anche dall’inizio dell’anno l’impostazione è positiva. Il messaggio: il mercato non sta scappando dal rischio, lo sta semplicemente ridistribuendo. E lo sta facendo con un occhio puntato su due appuntamenti in grado di cambiare tono in poche ore: dati sul lavoro USA e verdetto della Corte Suprema sui dazi.

Passando all’Asia, è essenziale chiarirlo: qui parliamo di aperture di venerdì 9 gennaio 2026 (non chiusure). E l’avvio è stato complessivamente tonico, più da “rimbalzo disciplinato” che da sprint scomposto. A Tokyo il Nikkei 225 ha aperto in rialzo di circa +1,1%; Hong Kong ha mostrato un progresso minimale (meno di +0,1%) e Shanghai un +0,3%. In positivo anche Seul (circa +0,7% sul Kospi) e Taiwan (circa +0,3% sul Taiex), mentre l’ASX 200 australiano è sceso leggermente, trascinato da un solo titolo ma con un peso enorme.

Il protagonista assoluto a Tokyo è stato Fast Retailing, proprietaria di Uniqlo: il titolo è schizzato di oltre +7% dopo risultati trimestrali solidi e una revisione al rialzo delle prospettive annuali. Tradotto: quando un campione dei consumi asiatici alza l’asticella, il mercato lo usa come termometro della domanda e come scusa perfetta per comprare Giappone anche oltre la singola società.

A Hong Kong il titolo più chiacchierato è stato il nuovo arrivato: la startup cinese di intelligenza artificiale MiniMax ha registrato un debutto esplosivo, con un balzo superiore a +50% nelle prime contrattazioni. È un segnale forte su due piani: primo, la voglia di “equity AI” resta viva e affamata; secondo, la piazza di Hong Kong continua a funzionare come palcoscenico per storie growth, soprattutto quando il sentiment globale sull’innovazione torna a scaldarsi.

Il freno australiano ha un nome preciso: Rio Tinto, scesa di circa -6% dopo indiscrezioni su colloqui preliminari di fusione con Glencore. È il paradosso delle maxi-operazioni: la parola “merger” di solito eccita, ma quando il dossier è gigantesco, complesso e pieno di ostacoli regolatori, il mercato prima fa i conti con le probabilità (e con l’incertezza), poi — eventualmente — festeggia. Nel frattempo, l’indice paga il peso specifico del colosso minerario.

Nel frattempo, l’attenzione macro è inchiodata su Washington. La partita più sensibile è quella della Corte Suprema sui poteri tariffari d’emergenza (IEEPA): se la decisione dovesse ridurre o annullare i dazi contestati, l’impatto potrebbe essere doppio — da una parte margini migliori per settori importatori (retail ed elettronica in testa), dall’altra una questione enorme di rimborsi potenziali e di entrate fiscali. Non è un caso che gli operatori parlino di volatilità “da evento”, perché la sentenza può muovere insieme azioni, dollaro e rendimenti.

Scott Bessent, Segretario al Tesoro, ha sottolineato che la preoccupazione principale non è tanto la perdita di gettito quanto la perdita di “leva” negoziale: l’idea è che le tariffe siano uno strumento di pressione geopolitica oltre che economica. "Il problema maggiore sarebbe la perdita di flessibilità e leva", è in sostanza la linea emersa dai suoi interventi pubblici, in un contesto in cui le entrate doganali mensili sono state descritte come cresciute sensibilmente rispetto all’inizio del 2025.

Sul fronte valute, il dollaro ha aperto l’Asia con un passo più deciso, sostenuto dall’attesa per i nonfarm payrolls e dal rischio-sentenza sui dazi. L’indice del dollaro (DXY) si è mosso attorno a 98,9, sui massimi da inizio dicembre, mentre l’USD/JPY è salito in area 156,965 e l’EUR/USD si è visto in calo verso 1,165.

"Il mercato sta cercando un’evidenza più definitiva su dove stia andando l’economia", ha osservato Marvin Loh di State Street. La frase fotografa bene lo stato d’animo: il mercato può anche “scommettere” su tagli della Federal Reserve nel 2026, ma prima vuole capire se la crescita rallenta davvero e quanto l’inflazione conceda spazio. Il dato sull’occupazione diventa quindi il giudice di giornata: non solo i nuovi posti, ma anche il tasso di disoccupazione e i salari.

Le materie prime si muovono in scia alla geopolitica. Il petrolio ha guadagnato per il secondo giorno consecutivo: Brent a circa 62,39 dollari (+0,7%) e WTI a circa 58,11 dollari (+0,6%). Il driver principale è la paura di interruzioni dell’offerta tra Venezuela e Iran, con un premio rischio che torna a farsi sentire. Ma resta un caveat importante: diversi analisti avvertono che uno scenario di oversupply globale potrebbe limitare la corsa delle quotazioni se le tensioni non dovessero intensificarsi.

L’oro ha invece frenato: circa 4.464,57 dollari l’oncia (intorno a -0,4%), pur restando impostato per una settimana positiva. Qui entrano due fattori: il dollaro forte (che di norma rende l’oro meno “comodo” per chi compra in altre valute) e i ribilanciamenti legati agli indici commodity che possono spostare flussi in modo tecnico, quasi meccanico, a cavallo di inizio anno. L’argento e il platino hanno mostrato debolezza intraday, mentre il palladio è rimasto più stabile: un quadro da “presa di fiato” più che da inversione.

Il filo rosso, dall’America all’Asia, è uno: il mercato sta scegliendo di non scegliere fino in fondo. In chiusura USA si è visto un portafoglio che si riposiziona (difesa e small cap) senza abbandonare la tecnologia, ma riducendo le esagerazioni. In apertura asiatica si è vista fiducia selettiva (Tokyo e storie corporate) senza euforia generalizzata. E su FX e commodity domina l’idea che il vero prezzo di oggi lo faranno due cose: un numero sull’occupazione e una sentenza che può riscrivere, anche solo per qualche settimana, la geometria del rischio globale.

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