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Don Nandino Capovilla espulso da Israele: un fermo che scuote

- di: Marta Giannoni
 
Don Nandino Capovilla espulso da Israele: un fermo che scuote
Don Nandino Capovilla espulso da Israele: un fermo che scuote
Il parroco pacifista rientra in Italia e lancia un appello accorato: “Non fermatevi alle mie sette ore, parlate del popolo che soffre”.

(Foto: fotomontaggio generico di fermo di un sacerdote cattolico).

Un fermo pesante, una voce che rompe il silenzio

Dopo sette drammatiche ore di detenzione all’aeroporto di Tel Aviv, don Nandino Capovilla – parroco di Marghera e noto attivista per la pace con Pax Christi – è stato respinto da Israele per motivi di “sicurezza pubblica, pubblica incolumità o ordine pubblico”. Al suo arrivo, gli è stato consegnato un modulo di “diniego di ingresso”, che il sacerdote ha rifiutato di firmare. Poco dopo, è stato trattenuto in un’area designata, una sorta di “cella”, fino alla sera.

Rilasciato nella notte, gli sono stati restituiti cellulare e bagagli, prima che partisse per la Grecia e poi rientrasse in Italia, accolto dagli applausi e dai cori “Free, Free Palestine!” all’aeroporto di Venezia.

La denuncia: non bastano solo le parole

Appena libero, don Capovilla ha scritto sui social:

“Basta una riga per dire che sto bene, mentre le altre vanno usate per chiedere sanzioni allo Stato che \[…] bombarda moschee e chiese \[…] siamo arrivati a un genocidio \[…] non dobbiamo accettare tutto ciò che Israele dice” — don Nandino Capovilla.

In un’intervista al blog Tra cielo e Terra, il sacerdote ha ammonito: “È un disastro, vale sulle piccole cose ma anche sulle grandi: come è possibile che possiamo pensare ci sia l’uccisione delle persone in fila per il pane?” — don Nandino Capovilla.

La risposta di Israele e l’impatto personale

La motivazione ufficiale per l’espulsione è stata “public security issues”. Il modulo conteneva una spiegazione formale: “considerazioni relative alla sicurezza pubblica, alla pubblica incolumità o all’ordine pubblico”, e specificava che il sacerdote sarebbe stato allontanato “il prima possibile”, trattenuto “fino a nuovo ordine”.

La decisione è stata interpretata dal presidente nazionale di Pax Christi, mons. Giovanni Ricchiuti, come legata al recente libro di don Capovilla, Sotto il cielo di Gaza, che racconta le condizioni nella Striscia.

Uno sguardo oltre i fatti: diritto, fede e responsabilità

  • Aspetto giuridico: il rifiuto d’ingresso su base di sicurezza pubblica appare come un provvedimento a natura quasi definitiva, che impedisce a don Capovilla di rientrare senza previa autorizzazione.
  • Etica del servizio: la sua scelta di non firmare il modulo sottolinea una coerenza tra parole e azioni, e il suo impegno nella nonviolenza lo pone in rotta con le narrative della guerra e del conflitto.
  • Dimensione simbolica: il ritorno accolto da un coro pro Palestina suggella un momento in cui il sacro della pace incontra il profano dell’attivismo — dalla liturgia al grido pubblico contro la violenza, passando per una denuncia chiara e senza sconti.

Non solo un episodio di frontiera

La vicenda di don Nandino Capovilla non è solo un episodio di frontiera. È un appello accorato a oltrepassare il rumore del conflitto, a mettere al centro chi soffre. Se Israele lo ha fermato, lui risponde chiedendo – forte – che si parli meno del suo fermo e di più dei popoli rinchiusi nella guerra. Perché, dice, “non parliamo di me ma delle sanzioni che andrebbero messe a Israele per i suoi errori e orrori” — don Nandino Capovilla. 

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