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Il ponte San Giorgio simbolo delle contraddizioni del Paese

- di: Diego Minuti
 
Nella sua drammaticità, la tragedia del ponte Morandi dà l'esatta dimensione di quello che è diventata, non solo in questi ultimi anni, l'Italia. Soprattutto quando non si abbatte inatteso, perché segnali di quel che poteva accadere (per come è poi accaduto) ce n'erano stati, un disastro costringe tutto il Paese ad un difficile esercizio di realismo, non davanti all'opinione pubblica - mutevole nei suoi atteggiamenti e preferenze, a seconda delle stagioni -, ma alla propria coscienza. E il responso, purtroppo, è crudele nella sua chiarezza: quell'enorme manufatto - che era insieme l'orgoglio e il simbolo di una città legatissima al passato (storico), ma che aveva dovuto giocoforza proiettarsi verso un futuro (industriale) - crollando ha trascinato con sé sogni, speranze, certezze.

E, paradossalmente, anche le modalità con le quali grazie ad uno sforzo collettivo, dalle ceneri del Morandi è sorto il San Giorgio sono paradigmatiche di come il nostro Paese, se ridiventa sé stesso davanti alle grandi tragedie, non è però capace di fare ammenda, di ammettere sino in fondo le proprie colpe. La cronistoria degli ultimi due anni, da quando in una giornata di pioggia fortissima (come spesso accade a Genova, indipendentemente dalle stagioni) il Morandi collassò nelle arcate centrali, è purtroppo una elencazione di anomalie. La prima delle quali, inequivocabilmente, riguarda non il perché del crollo - evidentemente causato da un cedimento -, quanto come è stato possibile che si siano determinate, per ignavia o criminale speculazione (nessuna manutenzione, molto risparmio), le condizioni che hanno causato la tragedia, con il suo orrendo tributo (43 morti, decine di feriti, centinaia di sfollati, decine di attività economiche cancellate).

Il crollo, il dolore, la rabbia e la voglia di giustizia hanno il via ad una serie di meravigliose (ci si scusi il termine, che nulla ha a che fare con il ''prima'', cercando invece di rendere omaggio al ''dopo'') attestazioni di amore verso il Paese. Ma perché questo accadesse, l'Italia ha dovuto trasgredire alle regole che si era imposte, quindi nessuna gara per il progetto, né per l'attribuzione dell'appalto. Ovvero, l'Italia ha dovuto prendere atto che le sue procedure sono terribilmente complesse e che sono state rese tali per evitare che il cancro della corruzione faccia ulteriormente breccia negli appalti pubblici.

Immaginate cosa sarebbe (non) accaduto se la trafila per il progetto fosse stata rispettata totalmente. Una commissione di super-esperti -per definizione, mai d'accordo tra di loro - avrebbe cogitato per mesi per decidere. E ci si consenta un'altra banale considerazione: se sotto il progetto del San Giorgio non ci fosse stata la firma di Renzo Piano - che lo ha regalato alla città di Genova, di cui è figlio - , staremmo ancora qui a girarci in pollici in attesa dell'esito del concorso. E non parliamo dell'appalto per la realizzazione, il cui iter è stato saltato a pie' pari, per accorciare i tempi.

Ecco: se questo spirito di adattamento è la forza del nostro Paese, per paradossale che possa apparire è anche il segnale di una inadeguatezza del suo complesso di leggi e regolamenti. E' banale ripetere che il ''modello Genova'' non può essere replicato, perché la sua ragion d'essere è indissolubilmente legata all'emergenza e alla necessità di ricostruire, con il manufatto che scavalca il Polcevera, anche l'immagine sfregiata del Paese. Ma esso, pur con le sue procedure eccezionali, può costituire una base, anche se non un esempio da potere seguire. Le procedure per l'assegnazione degli appalti non possono essere ignorate, però forse è giunto il momento della ragionevolezza e quindi di un loro ripensamento, che ne garantisca la regolarità, ma ne snellisca il cammino. I tanti soldi che arriveranno dall'Europa sono una opportunità che non si ripeterà mai più.
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