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L’estrema destra europea e Netanyahu a sostegno di Orbán

- di: Jole Rosati
 
L’estrema destra europea e Netanyahu a sostegno di Orbán

Nel video elettorale di Fidesz sfilano leader pro-Trump: Meloni, Salvini, Le Pen, Vox, AfD e altri. Ma i sondaggi raccontano un’altra storia: Orbán (foto) sembra inseguire l’opposizione a tre mesi dal voto del 12 aprile 2026.

Viktor Orbán ha scelto la via più aggressiva per inaugurare l’anno elettorale: non una conferenza programmatica, non un confronto sui temi interni, ma una clip “globale” pensata per far rumore e polarizzare. Il messaggio è chiaro: presentare le elezioni ungheresi come un tassello della stessa battaglia identitaria che, da Washington a Madrid, ha reso Donald Trump un riferimento simbolico per una parte della destra internazionale.

Nel montaggio compaiono protagonisti della galassia sovranista e della destra radicale europea, in larga parte schierati (o apertamente simpatizzanti) sul fronte pro-Trump: Giorgia Meloni e Matteo Salvini dall’Italia; Marine Le Pen dalla Francia; Santiago Abascal per Vox in Spagna; Alice Weidel per AfD in Germania. E poi volti extra-Ue che amplificano l’effetto “internazionale”, come Javier Milei e soprattutto Benjamin Netanyahu, presenza che sposta l’asse della clip e ne alza la temperatura politica.

La sceneggiatura punta a un linguaggio emotivo e totalizzante: identità, sovranità, confini, sicurezza. Meloni chiude con una benedizione che suona come un sigillo di legittimazione personale: "Dio vi benedica". Milei, nello stile che lo contraddistingue, rilancia con toni da comizio permanente: "Viva la libertad carajo!". Il risultato è una chiamata alle armi simbolica: non un endorsement tecnico, ma una stretta di mano ideologica.

Il punto è che questa parata di alleati non arriva da una posizione di forza serena. Arriva perché Orbán è sotto pressione. Il presidente della Repubblica Tamás Sulyok ha fissato le elezioni per il 12 aprile 2026 e, nel frattempo, le rilevazioni demoscopiche di metà gennaio descrivono un quadro che per Fidesz è un campanello d’allarme: l’opposizione guidata da Péter Magyar e dal partito Tisza risulta avanti, mentre il partito di governo appare in rincorsa.

Tradotto: dopo anni di dominio quasi incontrastato, la partita non è più scontata. E proprio qui la clip diventa un’arma a doppio taglio. Serve a compattare la base e impressionare gli indecisi, ma lascia intravedere la fragilità del momento: quando un leader deve convocare un “mondo amico” per certificare la propria solidità, significa che la solidità interna non è più una rendita automatica.

C’è anche un sottotesto geopolitico: il blocco che ruota attorno a Orbán è lo stesso che, negli ultimi mesi, ha spesso indicato Trump come modello o catalizzatore di una svolta europea. Non è un dettaglio di costume: è una scelta di campo. La clip suggerisce un’Europa che si immagina meno integrata, più nazionale, più dura sull’immigrazione e più scettica verso le architetture comuni, con una retorica che spesso contrappone “popolo” e “Bruxelles” come se fossero due entità nemiche.

In Italia, la presenza di Meloni e Salvini nel video ha riacceso lo scontro politico: le opposizioni contestano l’idea di un sostegno elettorale così esplicito a un leader da anni al centro di frizioni con le istituzioni europee, accusato di comprimere spazi democratici e libertà civili. L’accusa è netta: non è diplomazia, è propaganda in favore di un alleato ideologico.

Dal lato di Fidesz, invece, la logica è brutale e coerente: trasformare le elezioni in un “bivio”, presentando l’opposizione come cavallo di Troia dell’establishment e dipingendo il voto come scelta di protezione. In questa cornice, l’endorsment pro-Trump non è un accessorio: è un marchio di appartenenza, un modo per dire agli elettori che l’Ungheria di Orbán sta dentro un asse politico che vuole riscrivere i rapporti di forza in Occidente.

Ma i numeri, oggi, sono la crepa che rende necessario lo show. E mentre la clip alza i decibel, la domanda resta spietata: se Fidesz è davvero “la scelta sicura”, perché deve farsi garantire la credibilità da una passerella di alleati pro-Trump dall’estero? Da qui al 12 aprile 2026, la risposta la daranno i sondaggi e soprattutto le urne. Per ora, però, una cosa è evidente: Orbán non sembra più correre da solo in testa.

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