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Epstein Files / Putin, Mosca e l’ombra lunga del ricatto globale

- di: Bruno Coletta
 
Epstein Files / Putin, Mosca e l’ombra lunga del ricatto globale

Nei milioni di documenti riemerge un intreccio inquietante tra sesso, potere e intelligence. Mille citazioni di Putin, contatti russi e il sospetto di una gigantesca operazione di kompromat.

La nuova ondata di documenti sugli Epstein Files non aggiunge soltanto dettagli a una vicenda già torbida: cambia la scala del racconto. Non più solo la storia di un finanziere predatore, ma quella di un ecosistema globale in cui denaro, sesso e intelligence si muovono come vasi comunicanti. È in questo contesto che la presenza massiccia della Russia nei file assume un peso specifico che va oltre la semplice curiosità archivistica.

Gli analisti americani che stanno passando al setaccio i 3,5 milioni di documenti parlano di una “firma anomala”. In gergo investigativo, una ricorrenza così elevata di un nome o di un luogo indica un centro di gravità operativo. Putin citato 1.056 volte e Mosca quasi 10 mila non sono una nota a margine: sono una traccia.

Il punto, spiegano fonti dell’intelligence, non è dimostrare un rapporto diretto tra Epstein e il Cremlino, ma capire perché Epstein cercasse ostinatamente di entrare in quel circuito di potere. La Russia, da sempre, utilizza canali informali per estendere la propria influenza: uomini d’affari, intermediari opachi, figure di confine capaci di muoversi tra legalità e sottobosco.

Epstein, con la sua rete di relazioni trasversali, era il profilo ideale.

Nei file compaiono agende di viaggio, contatti diplomatici informali, messaggi cifrati e appunti che parlano di “preparazione” e “materiale sensibile”. In un caso, una nota interna riporta semplicemente due parole: “Putin papers”. Nessuna spiegazione, nessun allegato. Un vuoto che pesa più di una rivelazione.

Il 2014 è l’anno chiave. Le email di quel periodo mostrano un’attività febbrile, un tentativo evidente di organizzare incontri ad alto livello proprio mentre la crisi ucraina esplode e i rapporti tra Mosca e l’Occidente precipitano. Dopo l’abbattimento del volo Malaysia Airlines MH17, il tono cambia improvvisamente: cautela, rinvii, messaggi secchi. Come se qualcuno avesse improvvisamente capito che il terreno stava diventando radioattivo.

Gli investigatori sottolineano un dettaglio: Epstein non rinuncia, si ferma. Aspetta. E questo, nel linguaggio del potere, significa che il canale non è chiuso, ma solo congelato.

È in questo spazio grigio che prende corpo l’ipotesi più inquietante: Epstein come snodo di una rete di kompromat. Non necessariamente un agente, ma un fornitore. Un uomo che raccoglieva materiale compromettente per il proprio tornaconto, ma che poteva anche offrirlo al miglior offerente.

Le testimonianze raccolte negli anni parlano di incontri registrati, di stanze controllate, di ospiti inconsapevoli. Molti dei protagonisti di quel mondo hanno sempre minimizzato, parlando di “frequentazioni discutibili ma innocue”. I file, però, raccontano altro: un sistema metodico, non improvvisato.

Secondo ex funzionari dell’intelligence occidentale, il modello ricorda da vicino quello già utilizzato durante la Guerra Fredda, quando il sesso era una leva di pressione tanto efficace quanto invisibile. La differenza, oggi, è la scala: globalizzata, digitalizzata, replicabile.

Epstein non collezionava solo segreti. Collezionava dipendenze. Favori concessi, debiti morali, situazioni ambigue che potevano essere riattivate a distanza di anni. In questo senso, il suo archivio – fisico o mentale – era una banca di potere.

Le dichiarazioni secondo cui Epstein avrebbe avuto informazioni imbarazzanti su Donald Trump vanno lette in questo contesto. Non come una prova di colpevolezza, ma come un indicatore della logica del ricatto. Epstein faceva credere di sapere tutto, e in quel far credere costruiva la propria forza.

Il vertice di Helsinki del 2018, con le immagini di Trump e Putin fianco a fianco, è oggi riletto alla luce di quelle email. Non perché Epstein fosse coinvolto direttamente, ma perché si muoveva negli stessi interstizi di potere, dove la diplomazia ufficiale è solo la superficie.

Il passato di Robert Maxwell aggiunge profondità storica al quadro. Uomo ambiguo, editore, intermediario, figura di confine tra informazione e intelligence. Le parole di Epstein sul suocero della sua complice non sono solo uno sfogo: sono un autoritratto involontario. Maxwell come modello, Epstein come erede.

Entrambi tollerati, entrambi protetti per anni, entrambi caduti quando il costo della loro esistenza è diventato superiore al beneficio.

Quando nel luglio 2019 Epstein viene arrestato, molti negli apparati di sicurezza pensano che stia per crollare un castello. I suoi avvocati fanno filtrare la disponibilità a collaborare. Parlano di nomi, sistemi, connessioni. Parlano, soprattutto, di intelligence.

Poi arriva la morte in cella.

Ufficialmente un suicidio. Formalmente un caso chiuso. Ma nei corridoi dell’Fbi e tra gli analisti che oggi leggono i file, quella fine viene interpretata come la brusca interruzione di una confessione mai iniziata.

Gli Epstein Files, oggi, non chiudono nulla. Al contrario, aprono una domanda centrale per il nostro tempo: quanto potere reale passa attraverso ciò che resta nascosto.

E quando il nome di Putin torna mille volte in quei documenti, non è una prova giudiziaria. È qualcosa di più sottile e più pericoloso: un indizio sistemico.

Una storia che non riguarda solo Epstein. Riguarda il modo in cui il potere, oggi, sceglie di esercitarsi.

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