Salvini archivia lo strappo ma il partito resta diviso e senza una rotta chiara.
(Foto: Matteo Salvini).
L’addio di Roberto Vannacci non chiude una crisi: la certifica. Matteo Salvini prova a voltare pagina con una dichiarazione secca, parlando di “capitolo chiuso”, ma nella Lega il clima è tutt’altro che sereno. La rottura lascia strascichi politici, identitari e strategici che il partito fatica a metabolizzare.
Il segretario rivendica la tenuta della base e il dato delle nuove tessere online, ma evita il punto più delicato: la gestione Vannacci è stata una scommessa persa. L’ingresso rapido, la candidatura europea, la promozione ai vertici e infine lo strappo hanno alimentato l’idea di una leadership guidata più dall’urgenza che da una visione strutturata.
Il problema non è solo l’uscita dell’ex generale, ma ciò che nasce subito dopo. Futuro Nazionale, il movimento annunciato da Vannacci, si posiziona sullo stesso spazio politico della Lega, intercettando un elettorato identitario già contendibile.
Fuori dal Carroccio, Matteo Renzi legge la vicenda come una crepa destinata ad allargarsi nel centrodestra e ipotizza effetti indiretti anche su Fratelli d’Italia e su Giorgia Meloni.
Da FdI, Luca Ciriani minimizza e definisce Vannacci un personaggio politicamente sopravvalutato. Ma la prudenza resta alta.
Dentro la Lega il malessere è concreto. I nomi di Edoardo Ziello e Rossano Sasso vengono indicati come possibili osservati speciali, mentre dai diretti interessati arrivano risposte elusive.
La critica più significativa arriva dall’interno. Luca Zaia difende la Lega ma non assolve la sua gestione politica. «È stato un errore imbarcarlo», afferma.
Salvini prova a ricompattare, ma la chiusura formale del caso non cancella la realtà: la Lega esce dall’operazione Vannacci più fragile, più nervosa e con una leadership sotto osservazione.