Sanzioni, prezzi minimi e catene sicure: a Washington nasce il blocco con oltre 50 Paesi.
(Foto: fotomontaggio con AI).
Gli Stati Uniti alzano il tiro nella competizione economica globale e scelgono il terreno più sensibile della transizione tecnologica: i minerali critici. A Washington è partita una nuova coalizione internazionale che riunisce oltre cinquanta Paesi – tra cui Italia, Unione europea, Giappone, India, Corea del Sud, Regno Unito e Australia – con l’obiettivo dichiarato di ridurre la dipendenza dalla Cina e spezzare un predominio considerato ormai insostenibile.
Il messaggio politico è netto: sulle terre rare e sui metalli strategici non può esistere un monopolio. A scandirlo, aprendo la prima riunione ministeriale dedicata al tema, è stato il vicepresidente statunitense JD Vance, affiancato dal segretario di Stato Marco Rubio. Sul tavolo c’è un accordo quadro che punta a creare un blocco commerciale preferenziale, con prezzi minimi concordati e dazi comuni per i Paesi che non rispettano le regole.
Una svolta che ha avuto effetti immediati anche sui mercati: a Wall Street, nella giornata del vertice, i titoli delle società minerarie hanno chiuso in forte calo, segnale delle preoccupazioni per un possibile cambio strutturale delle politiche commerciali globali.
La cornice dell’iniziativa è multilaterale, nonostante il contesto politico statunitense resti segnato da pulsioni protezionistiche. Lo ha sottolineato lo stesso Rubio, parlando di una “partnership globale” per coordinare estrazione, raffinazione, riciclo e sicurezza delle catene di approvvigionamento, evitando competizioni distruttive tra alleati occidentali.
L’Italia gioca un ruolo politico tutt’altro che marginale. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenendo alla prima sessione dei lavori, ha parlato apertamente di una distorsione del mercato: “Oggi la Cina gioca una partita in regime di monopolio. Questo non va bene: vogliamo la libera concorrenza”. E ancora, in corsivo chiaro: “Se vogliamo competere a livello globale, servono prezzi delle materie prime che non penalizzino le nostre industrie”.
Il ragionamento è condiviso da molte capitali europee. Italia e Germania hanno trasmesso alla Commissione Ue un documento congiunto per sollecitare una strategia comune più incisiva, fondata sulla cooperazione con gli Stati Uniti, i partner del G7 allargato e soprattutto con i Paesi africani, dove Roma intende valorizzare il Piano Mattei come leva geopolitica ed economica.
Il contesto è noto agli addetti ai lavori. Negli ultimi anni Pechino ha consolidato il controllo sulla produzione e sulla lavorazione di numerosi minerali essenziali per semiconduttori, veicoli elettrici, batterie e sistemi d’arma avanzati.
Washington risponde anche sul fronte interno. Il presidente Donald Trump ha annunciato la creazione di una riserva strategica statunitense di minerali critici, denominata Project Vault, con 10 miliardi di dollari di finanziamenti iniziali e 2 miliardi di capitali privati.
Dietro il linguaggio diplomatico, la sostanza è chiara: la sicurezza economica è diventata sicurezza strategica. E i minerali critici sono il nuovo campo di battaglia della globalizzazione selettiva che l’Occidente sta costruendo per contenere l’ascesa cinese.