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Pace disarmata e disarmante, l’azzardo morale della Cei

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Pace disarmata e disarmante, l’azzardo morale della Cei

Nella foto, il Presidente della Cei, Cardinale Matteo Maria Zuppi

C’è qualcosa di radicale – e insieme di sorprendentemente fuori moda – nella Nota Pastorale diffusa oggi dalla Conferenza episcopale italiana: un documento che invita a “educare a una pace disarmata e disarmante” mentre il mondo torna a parlare un linguaggio di cannoni, deterrenza, riarmo, competizione strategica. È come se la Cei si ostinasse a riannodare i fili di una tradizione spirituale che resiste al rumore crescente delle armi e rivendica il diritto di non lasciarsi trascinare nell’inevitabilità della guerra.

Pace disarmata e disarmante, l’azzardo morale della Cei

“La pace esige un no deciso alla logica bellica”, scrive la Cei. Non una formula astratta, ma un richiamo a un linguaggio diverso, non “per vincere”, ma “per convincere”. È la riproposizione, in epoca di conflitti che sembrano non conoscere tregua, di una postura minoritaria: quella che rifiuta il presunto realismo dei carri armati, dei fondi speciali per il riarmo, delle equazioni che legano sicurezza e potenza, capacità di difesa e produzione militare.
Il documento insiste: “La difesa, mai la guerra”. Ma in un contesto politico in cui governi e opinioni pubbliche ricorrono sempre più spesso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti, l’affermazione appare come una sfida, quasi un’intollerabile provocazione per gli adoratori dell’ineluttabile.

La difesa della patria oltre le armi
La Cei chiama in causa don Lorenzo Milani, emblema di un pacifismo scomodo, refrattario alle facili pacificazioni retoriche. E riafferma un principio che il dibattito pubblico sembra avere dimenticato: “La difesa della patria non si assicura solo con le armi”, ma “con la cura della civitas”, attraverso obiezione di coscienza e servizio civile.
In un’Italia in cui la discussione sulla leva obbligatoria riemerge ciclicamente, questo passaggio suona come una presa di posizione controcorrente: la sicurezza non come muscolatura militare, ma come investimento nella coesione sociale, nella responsabilità civile, nella qualità democratica della convivenza.

La presenza nelle forze armate

C’è anche un capitolo dedicato alla presenza ecclesiale tra i militari. La Cei guarda “con gratitudine” ai cappellani, ma pone una domanda impegnativa: è possibile immaginare forme di testimonianza meno direttamente integrate nella struttura militare, per rendere più libero e più credibile l’annuncio della pace proprio nei contesti dove la logica delle armi è più forte?
È un interrogativo che ha il sapore di un bilancio: il riconoscimento di un ruolo importante, ma anche la percezione che la missione della Chiesa rischi di restare imprigionata in una cornice istituzionale che non le appartiene del tutto.

L’economia di guerra e l’Europa del riarmo
Il documento dedica alcune delle sue pagine più dure alla produzione e al commercio di armi. Non è solo una denuncia etica: è una contestazione politica. La Cei chiede di rafforzare i controlli, limitare le triangolazioni, vigilare sulle esportazioni verso Paesi coinvolti in azioni offensive o a rischio di violazioni dei diritti umani.
E soprattutto invita l’Unione Europea a imboccare una strada opposta rispetto alle sirene del piano “ReArm Europe”: non una deregolazione, ma un’“agenzia unica” per il controllo dell’industria militare, un meccanismo comune che limiti la corsa agli armamenti, non che la assecondi.
È quasi un appello al vecchio sogno europeista della pace: oggi, più che un progetto politico, un ricordo sbiadito.

La speculazione sugli armamenti
Il testo va oltre: chiede una presa di distanza da investitori e operatori finanziari che sostengono l’industria militare, alimentando – consapevolmente o meno – quella “economia di guerra” che rischia di diventare una componente strutturale dei mercati globali.
In un sistema in cui i titoli dell’industria bellica crescono a ogni nuova tensione geopolitica, la Cei propone una sorta di sobrietà finanziaria: non trasformare il conflitto in opportunità di rendimento. Anche questo suona fuori moda, ma proprio per questo particolarmente incisivo.

Un messaggio controcorrente
Il documento della Cei, più che una proposta programmatica, è un esercizio di resistenza culturale. Un invito a guardare oltre l’urgenza del momento, oltre la fascinazione per la forza, oltre il “non c’è alternativa” che sembra dominare lo spirito del tempo.
Un appello che può suscitare dissenso, irritazione o scetticismo. Ma che ha il merito di ricordare che la pace – quella vera – passa anche attraverso la capacità di dire no quando tutti dicono sì.
Una pace disarmata e disarmante: non un’utopia consolatoria, ma un rischio morale. E forse proprio per questo, oggi, una voce necessaria.

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