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Belgrado in fiamme: migliaia di manifestanti bloccano la città

- di: Bruno Legni
 
Belgrado in fiamme: migliaia di manifestanti bloccano la città

Belgrado in rivolta: migliaia di manifestanti chiedono elezioni anticipate. Scontri con la polizia, arresti e barricate. La Serbia è a un bivio politico.

La protesta a Belgrado è scoppiata ieri, 29 giugno 2025, per riprendere con nuova carica la sera successiva. Il movimento – nato nel novembre 2024 dopo il tragico crollo della pensilina della stazione di Novi Sad – continua a mobilitare studenti, lavoratori, contadini e artisti in tutta la Serbia, con richieste chiare: elezioni anticipate, fine della corruzione e responsabilità per le vittime dell’infrastruttura collassata.

Scontri e arresti: una spirale che non si ferma

Sabato 28 giugno, la capitale è stata teatro di alcune delle manifestazioni più massicce degli ultimi mesi: i partecipanti hanno toccato la soglia delle 140 000 persone, mentre la polizia ne ha contati solo 36 000. La protesta, convocata in coincidenza con la ricorrenza della Battaglia del Kosovo, ha visto scontri violenti tra manifestanti e agenti anti-sommossa: bottiglie, sassi e petardi contro manganelli, lacrimogeni e spray urticante.

Il bilancio parla di circa 77 arresti – con almeno 38 persone rimaste in custodia – e decine di feriti tra manifestanti e forze dell’ordine: 48 agenti e 22 cittadini. Si tratta dello scontro più grave da mesi, che ha spinto il governo ad arresti preventivi e accuse pesanti: terrorismo, minaccia alla costituzione, sovversione dello Stato. Il presidente Vučić ha parlato di un tentativo di “rovesciare la Serbia” orchestrato da “forze straniere”.

Blocchi stradali e tensione in tutta la nazione

La reazione degli attivisti non si è fatta attendere: il 29 giugno migliaia di cittadini hanno eretto barricate improvvisate – transenne, cassonetti e barriere metalliche – paralizzando vie centrali di Belgrado e il ponte sul fiume Sava. Mobilitazioni simili si sono verificate anche a Novi Sad, dove manifestanti hanno lanciato uova contro sedi del partito di governo.

Gli studenti, promotori del movimento, accusano le autorità di “violenza e repressione” e affermano: “Ogni radicalizzazione è responsabilità di chi reprime”. A sostegno si sono uniti insegnanti, agricoltori, professionisti e persino realtà culturali come il festival Exit di Novi Sad.

Il governo risponde: legge e ordine… più arresti in vista

Il presidente Vučić tiene duro: elezioni non prima del 2027; nessuna concessione. Ha promesso nuove ondate di arresti, sostenendo siano necessarie per ristabilire “ordine e pace”. Secondo il ministro dell’interno Ivica Dadić, la polizia agirà con fermezza: “vengono respinti tutti gli attacchi e saranno fermati i violenti”.

La narrativa ufficiale accusa organizzatori e attivisti di minacciare lo Stato e favorire influenze straniere. In risposta, il fronte sociale si chiude, promettendo: “è tempo di giustizia e non torneremo indietro”.

Analisi vivace e commento finale

La spirale innescata dal crollo di Novi Sad si è trasformata in un’ondata di protesta con richieste politiche strutturali. Il largo coinvolgimento, dagli studenti ai lavoratori, passando per noti festival culturali, racconta di un malcontento profondo. Ma la violenza crescente rischia di polarizzare ulteriormente il Paese.

La posta in gioco è alta: o Vučić mantiene il controllo attraverso la repressione, oppure la pressione popolare diventa insostenibile. Senza elezioni anticipate, il conflitto resterà acceso. In un contesto segnato da ambizioni europeiste e influenze straniere, questo potrebbe rivelarsi un punto di svolta nella storia della Serbia.

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