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La difesa social di Dostoevskij, e Paolo Nori piange su Instagram

- di: Barbara Leone
 
La difesa social di Dostoevskij, e Paolo Nori piange su Instagram
La bellezza salverà il mondo” scrive Dostoevskij ne “L’idiota”. Ma di bellezza oggi ce n’è veramente poca, mentre al contrario gli idioti abbondano. E quasi sempre sono figli del sonno della ragione, e dell’incapacità di discernere tra giusto e sbagliato. E così in una marzolina giornata agitata dai funesti venti di guerra scopriamo che una prestigiosa Università milanese “per evitare polemiche in un momento di forte tensione” cancella un corso monografico su uno scrittore russo. La prestigiosa Università è la Bicocca, e l’autore protagonista del corso è Dostoevskij. A denunciarlo è il docente stesso, scrittore a sua volta: Paolo Nori. E lo fa annunciandolo in lacrime su Instagram, scatenando così una vera e propria rivolta social. 

La follia russofoba colpisce anche Dostoevskij

In men che non si dica i cinguettii più squillanti di Twitter sono gli hastag Dostoevskij e censura, seguiti da una nutrita schiera di titoli e nomi della letteratura russa. Su Facebook è tutta una protesta a suon di battute al vetriolo, citazioni colte e aforismi più o meno attendibili. Mentre su Instagram, generalmente più sobrio, si postano immagini di copertine di libri e ritratti dei maggiori scrittori russi. L’assurda vicenda ha un’eco talmente ridondante da costringere il rettore dell’Università meneghina a fare un immediato dietrofront, con tanto di scuse, non volevamo e gnegne. Per una volta, dunque, i social si sono rivelati non solo utili, ma decisivi. Abbracciando all’unanimità una sacrosanta tesi: quella che la cultura non conosce guerre e confini. E scoprendo, in un’illuminazione sulla via di santo Google, i grandi classici della letteratura russa, mettendoci dentro pure quella ucraina. Da Tolstoj, che più russo non si può, a Cechov, non classificabile perché nato al confine. Passando per Gogol, che era ucraino ma scriveva in russo e quindi bò, fino a Bulgakov, il top dei top perché nato nientepopodimeno che a Kiev. 

Sommessamente (perché siamo perfidi) viene da chiedersi: ma questo fiume di gente veramente è così colta, studiosa e dotta? Veramente conosce Dostoevskij, Gogol, Bulgakov, Cechov e compagnia cantando? Li hanno davvero letti i loro libri, o più semplicemente hanno fatto qualche copia e incolla e si sono indignati per partito preso? Perché fa figo, porta like e così fan tutti? A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina diceva il Giulio Cesare della politica italiana. 

Ma come che sia, evviva Dostoevskij, evviva le proteste a favore della kultura e soprattutto, per una volta, evviva i social. Che dopo aver contribuito in maniera sostanziale a sfasciare il Paese (perché è nei social che sono nati e cresciuti i peggio populismi) la sfangano alla grande contro un’Università troppo zelante, un po’ indefessa e sicuramente tanto idiota, dostoevskijanamente parlando. Perché è sin troppo ovvio che un popolo e la sua immensa e millenaria cultura non può essere identificato con la follia del suo despota. E che a farlo sia un’Università, culla della cultura (quella con la C maiuscola), del senso critico e del confronto, è cosa ancor più grave. Perché nella letteratura russa c’è la vita, c’è la morte, c’è la guerra e c’è la pace, c’è il dolore e la gioia, l’amore e la disperazione. Ci sono tutti i sentimenti umani, e mai come oggi sarebbe il caso di rispolverarli tutti.

Ma per davvero, non coi copia e incolla acchiappalike. Per ricordarci, e ricordare a tutti, che la Russia non è Putin. E che chi ha cuore, anima e cervello è contro la guerra. Contro tutte le guerre. Sempre. 
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