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Buoni pasto, il 15 giugno è sciopero: commercianti e grande distribuzione non li accetteranno

- di: Barbara Leone
 
Buoni pasto, il 15 giugno è sciopero: commercianti e grande distribuzione non li accetteranno
Lo denunciano da tempo gli esercenti che il sistema dei buoni pasto va riformato. Ora dalle parole passano ai fatti: il 15 giugno prossimo, infatti, ci sarà una giornata di sospensione dell’accettazione dei ticket utilizzati da milioni di lavoratori alla quale parteciperanno bar, ristoranti, alimentari, supermercati e ipermercati aderenti a Ancd-Conad, AnccCoop, Fiepet Confesercenti, Federdistribuzione, Fida e FipeConfcommercio. “Abbiamo fatto numerosi appelli pubblici sulla necessità di riformare il sistema dei buoni pasto in modo radicale, ai quali non c’è stata risposta - ha detto Alberto Frausin, presidente di Federdistribuzione -. È una situazione sulla quale occorre intervenire con decisione, ed è per questo che mercoledì 15 giugno gli esercenti pubblici e le aziende della distribuzione non accetteranno i buoni pasto. Il nostro obiettivo - ha agiunto Frausin - è tutelare un importante servizio di cui beneficiano milioni di lavoratori, che va però reso sostenibile. Chiediamo al Governo, soprattutto in vista dell’imminente gara Consip, di superare un sistema che impone commissioni non eque, le più alte d’Europa, che si avvicinano al 20% del valore nominale del buono pasto. Tutto ciò grava pesantemente sulle nostre imprese, mettendone a rischio i risultati economici e rischiando di rendere insostenibile la prosecuzione di questo servizio in futuro”. Gli fa eco Aldo Mario Cursano, vice presidente di FipeConfcommercio, che sottolinea come il blocco del 15 giugno sia necessario “per far arrivare alle Istituzioni l’appello, troppe volte ignorato, per una strutturale riforma di un sistema che, per via di commissioni al 20% sui buoni pasto, non è più economicamente sostenibile.

Con questa giornata di sospensione del servizio - ha aggiunto Cursano - vogliamo sensibilizzare i lavoratori e più in generale i consumatori sulle gravissime difficoltà che le nostre imprese vivono quotidianamente a causa delle elevate commissioni che dobbiamo pagare sui buoni pasto. Parliamo di una vera e propria tassa occulta che supera anche il 20% del valore del buono. La nostra è una protesta che ha l’obiettivo di salvaguardare la funzione del buono pasto perché se si va avanti così sempre meno aziende saranno disposte ad accettarli. Insomma, il buono pasto rischia di essere inutilizzabile”. Nati come servizio sostitutivo delle mense aziendali per i lavoratori, i buoni stanno assumendo sempre più la forma di buoni spesa: in poche parole, si tratta di una sorta di moneta parallela sulla quale, come ben sappiamo, i lavoratori contano moltissimo a fine mese. Il problema, sostengono da tempo gli esercenti, è che le società che li emettono molto troppo spesso giocano al ribasso per portare a casa clienti importanti come multinazionali e pubblica amministrazione. Facendo questo scaricano il costo a valle, ovvero sugli esercenti. Perché qualcuno alla fine deve pagare. Il risultato è un gatto che si morde la coda: il datore di lavoro fornisce i buoni pasto ai dipendenti, i quali vanno al bar o al supermercato consumando l’importo stabilito (che mediamente ha un tetto massimo di 7 euro a ticket) ma quando l’esercente va a riscuotere quel ticket lo trova decurtato almeno del 10%. Ma per continuare ad avere clienti non si tira indietro, li accetta e così di fatto lavora sottocosto. E la giostra riparte. Qualcosa, insomma, lo Stato dovrà pur fare per dipanare questa matassa e far sì che non ci rimettano né i lavoratori né gli esercenti, che sono lavoratori anch’essi.
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