C’è un modo brutale (e quindi efficace) per riassumere il patto UE-Mercosur: commodity agricole in cambio di industria. È una formula che irrita i palazzi perché semplifica troppo, ma incendia subito i due mondi che contano: chi produce cibo e chi produce tecnologia.
Stavolta, però, non è il solito accordo “in dirittura d’arrivo”. Nel blocco sudamericano circola una data concreta: 17 gennaio 2026, con una firma prevista in Paraguay. Dall’altra parte dell’Atlantico, in Europa, il sì politico resta appeso a un equilibrio nervoso: i governi favorevoli spingono, ma la pressione delle campagne e le fratture interne rendono ogni passo una prova di forza.
Il cuore dell’intesa è una promessa enorme: riduzione progressiva dei dazi su una parte molto ampia degli scambi. Sul tavolo ci sono filiere che muovono miliardi e che, da decenni, lavorano con un freno tirato. Per capire perché l’industria europea vede il Mercosur come una frontiera, basta ricordare che, oggi, in alcuni casi i dazi possono arrivare fino al 35% sulle automobili.
Ma la politica non vive di percentuali: vive di simboli. E il simbolo, in Europa, è l’agricoltura. L’idea di far entrare più prodotti agroalimentari da sistemi dove il costo del lavoro e le regole percepite non sono identiche a quelle UE è la miccia perfetta. Le proteste agricole hanno riportato il tema al centro, obbligando le capitali a pesare ogni parola e a pretendere clausole di tutela e meccanismi rapidi di intervento.
È anche per questo che la partita si è politicizzata. Emmanuel Macron è diventato il volto più visibile del fronte scettico, stretto tra il malcontento delle campagne e un dibattito nazionale incandescente. In Italia, Giorgia Meloni si muove su una linea più complessa: l’industria guarda all’accordo come a un acceleratore, mentre una parte del mondo agricolo teme una concorrenza capace di erodere prezzi e margini.
Al centro del quadro europeo, la Commissione guidata da Ursula von der Leyen spinge sull’argomento geopolitico: diversificare partner e consolidare un asse commerciale con il Sud America mentre il commercio globale diventa più duro, più frammentato e sempre più “strategico”. In altre parole: non è solo un trattato economico, è anche un segnale di posizionamento.
Nel Mercosur, però, l’entusiasmo non è uniforme. Da un lato, l’intesa è raccontata come l’occasione per entrare con più forza nel mercato europeo; dall’altro, molte imprese sudamericane — soprattutto quelle legate all’automotive e alla componentistica — temono una concorrenza che non perdona. Se il mercato si apre davvero, modernizzare impianti e filiere smette di essere un’opzione: diventa una necessità.
Luiz Inácio Lula da Silva ha investito molto politicamente su questo dossier, presentandolo come una vittoria della diplomazia e del multilateralismo. Ma chi lavora sui dettagli ripete un concetto meno celebrativo: la firma è solo l’inizio. L’effetto reale dipenderà da regole di origine, calendari di riduzione tariffaria, controlli e — soprattutto — dal percorso di ratifica in Europa.
E qui si apre il capitolo più delicato: il passaggio nel Parlamento europeo e l’eventuale coinvolgimento degli Stati membri nelle ratifiche, a seconda della natura giuridica dell’accordo. In pratica, la firma può arrivare anche presto, ma la politica potrebbe impiegare mesi (o anni) a chiudere davvero la porta dietro di sé.
Il tema ambientale, intanto, resta un campo minato. In Sud America una parte di società civile e movimenti denuncia il rischio di rafforzare un modello estrattivo e di pressione sui territori; governi e imprese rispondono con un contro-argomento secco: l’accesso al mercato europeo, per definizione, impone più tracciabilità e standard più severi, perché senza quelli non si vende. Due narrazioni opposte, destinate a convivere a colpi di verifiche e scontri.
In Italia, il dossier si traduce in un braccio di ferro tra interessi legittimi. Antonio Tajani ha indicato i settori che potrebbero beneficiare dell’apertura (meccanica, automotive, chimica e farmaceutica), mentre il mondo agricolo chiede garanzie operative: non slogan, ma strumenti che scattino subito se alcuni flussi d’importazione dovessero squilibrare i mercati.
Alla fine, la formula “cibo contro industria” è persino riduttiva. Il vero scambio è tra accesso e dipendenze, tra nuove opportunità e nuove vulnerabilità. L’Europa vuole un corridoio commerciale e politico nel Sud America; il Mercosur vuole mercati e investimenti senza restare confinato al ruolo di fornitore di materie prime.
"La firma può essere un passaggio storico, ma il giudizio vero lo daranno regole, controlli e tempi di applicazione": è il tipo di frase che gira tra istituzioni e imprese perché riassume l’essenziale. Dopo decenni di attesa, l’accordo UE-Mercosur smette di essere un titolo e diventa una prova di realtà. E le prove di realtà, quasi sempre, fanno rumore.