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Xi si scopre paladino del libero mercato. L’Ue ascolta

- di: Jole Rosati
 
Xi si scopre paladino del libero mercato. L’Ue ascolta
Colloqui Pechino-Bruxelles mentre Trump alza muri: la Cina si propone come rifugio degli investimenti. E l’Europa comincia a riflettere.
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Xi incontra le multinazionali: “Credere nella Cina significa credere nel domani”
Mentre gli Stati Uniti guidati da Donald Trump sferrano un attacco sistematico contro il libero commercio mondiale, tra dazi, minacce e ricatti geopolitici, la Cina di Xi Jinping (foto) prova a capitalizzare il caos. A Pechino il presidente cinese ha incontrato circa 40 top manager di multinazionali americane ed europee – tra cui rappresentanti di Siemens, BASF, Volkswagen, Apple e BlackRock – lanciando un appello destinato a far rumore: “La Cina è stata, è e sarà sicuramente una destinazione ideale, sicura e promettente per gli investimenti stranieri. Credere nella Cina significa credere nel domani”.
Una frase che, se pronunciata anche solo due anni fa, sarebbe sembrata paradossale. Ma nell’era di un’America ostile alla globalizzazione, sempre più ripiegata su sé stessa e guidata da un estremismo economico e ideologico senza precedenti, il Dragone tenta di presentarsi come il nuovo garante della stabilità e dell’apertura. “Investire in Cina significa investire nel futuro”, ha ribadito Xi, promettendo di “difendere il multilateralismo” e combattere il “disordine mondiale”.
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Colloqui tra Wang e Sefcovic: “Dialogo schietto e pragmatico”
Parallelamente, a pochi isolati di distanza, il ministro cinese del Commercio Wang Wentao ha ricevuto il commissario europeo Maroš Šefčovič, titolare del dossier Commercio e sicurezza economica. I due hanno avuto – secondo il comunicato ufficiale di Pechino – “uno scambio di opinioni schietto, approfondito e pragmatico” sui rapporti commerciali bilaterali.
L’incontro si inserisce in una fase delicata per l’Unione europea, presa di mira dai dazi di Trump e definita più volte dal presidente americano come “un parassita strategico che approfitta degli Usa”. Il commissario Šefčovič, da tempo in prima linea nel cercare un riequilibrio dei rapporti transatlantici, ha evitato dichiarazioni ufficiali, ma fonti diplomatiche europee confermano che Bruxelles guarda con interesse a ogni possibile diversificazione, anche verso Pechino.
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Un’Europa spinta verso Oriente dalla furia protezionista americana
Il nuovo ciclo trumpiano, segnato da una visione neocoloniale delle relazioni economiche (dalla Nato alla Groenlandia, fino alle interferenze nei mercati energetici), costringe l’Ue a rivalutare l’equilibrio tra vincoli politici e interessi economici. Con la guerra commerciale tra Washington e Pechino ormai fuori controllo, la Cina si presenta come un’alternativa “ragionevole”, pur nel suo modello autoritario e dirigista.
“Non possiamo permetterci di restare spettatori mentre gli Stati Uniti sabotano le fondamenta del commercio globale”, ha dichiarato in forma anonima un diplomatico europeo presente a Pechino. Il concetto è chiaro: se l’America diventa inaffidabile, l’Europa deve guardare altrove.
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Il paradosso cinese: autoritarismo politico, ma apertura economica
Resta il nodo della credibilità cinese. Un Paese che reprime il dissenso, controlla i capitali, censura l’informazione e minaccia Taiwan non è certo l’emblema della libertà. Tuttavia, nella logica spietata dei mercati, contano più i margini di profitto che la coerenza ideologica.
Xi Jinping lo sa bene e punta tutto sulla stabilità interna, sulla pianificazione statale e sulla sua narrazione: quella di una Cina affidabile, pragmatica e pronta a offrire opportunità a chiunque accetti le sue regole. In fondo, l’America di Trump ha smesso di proporre alternative.
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Una porta si chiude, un portone si apre?
È presto per dire se l’Ue svolterà davvero verso Oriente. Ma l’incontro Wang-Šefčovič e l’evento con le multinazionali segnano un cambio di atmosfera. In un mondo dove le democrazie occidentali tradiscono i loro principi fondanti, l’autocrazia cinese si propone come rifugio per capitali e imprese.
Un paradosso storico, ma anche una finestra strategica. L’Europa deve decidere se subirlo o governarlo.



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