• Tutto con Bancomat. Scambi denaro, giochi ti premi.
  • Esprinet molto più di un distributore di tecnologia

I mercati mettono in riga Trump, ora frena sul licenziamento di Powell

- di: Bruno Coletta
 
I mercati mettono in riga Trump, ora frena sul licenziamento di Powell
Il presidente della Fed, Jerome Powell (foto), per ora resta, ma lo scontro tra Casa Bianca e banca centrale agita investitori e istituzioni.

Una frase “morbida” per calmare l’onda, ma con la rabbia che trasuda tra le righe. Donald Trump ha scelto la tattica del passo indietro apparente: dice di non avere piani per licenziare Jerome Powell, numero uno della Federal Reserve, eppure non chiude davvero la partita. “Non ho alcun piano per farlo”, ha dichiarato; salvo poi aggiungere che è “troppo presto” per dire cosa farà “alla fine”.

È il classico schema trumpiano: una dichiarazione conciliatrice in superficie, ma costruita per mantenere la pressione politica. E soprattutto per mandare un messaggio doppio: ai mercati (“state calmi”) e alle istituzioni (“non vi sentite al sicuro”). Perché il punto non è solo Powell. Il punto è l’idea di potere che emerge da queste settimane: una Casa Bianca che pretende di dettare la linea anche alla banca centrale, ignorando il principio — cardine del sistema americano — secondo cui alcune autonomie sono protette proprio per impedire che la politica di turno metta le mani sul volante della moneta.

L’innesco è l’inchiesta penale aperta dal Dipartimento di Giustizia sul presidente della Fed, incentrata su una testimonianza al Congresso legata ai costi di ristrutturazione della sede della banca centrale a Washington. Nella lettura di molti osservatori, la vicenda ha assunto rapidamente un significato più ampio: non una semplice controversia amministrativa, ma una leva per indebolire l’indipendenza della Fed nel momento in cui Trump vorrebbe una politica monetaria più aggressiva e “a comando”.

Trump lo ripete da mesi: secondo lui Powell ha “tardato” nel tagliare i tassi. E nell’intervista ha rilanciato l’idea che il presidente degli Stati Uniti debba avere voce in capitolo sulle scelte della Fed: “Un presidente dovrebbe avere qualcosa da dire”. Poi l’affondo personale, in puro stile da comizio: “Ho fatto molti soldi negli affari, quindi penso di capirla meglio del troppo lento Jerome Powell”.

Qui entra in scena il vero arbitro: i mercati. Perché ogni volta che il potere politico prova a stringere la presa su una banca centrale, gli investitori reagiscono con il linguaggio più rapido e brutale che esista: vendono, alzano il prezzo del rischio, cercano ripari. Non serve un crollo spettacolare in Borsa per capirlo: bastano i segnali di nervosismo su dollaro, obbligazionario e beni rifugio. La semplice prospettiva che la Fed possa perdere autonomia è, per definizione, un fattore destabilizzante.

Lo sanno bene analisti, policymaker e banchieri centrali di mezzo mondo: una Fed percepita come “politicizzata” rischia di far salire il premio richiesto per investire negli Stati Uniti. Tradotto: finanziarsi diventa più caro, il dollaro può indebolirsi, l’inflazione può riaccendersi con più facilità. È il motivo per cui l’indipendenza della banca centrale, pur non essendo un dogma religioso, è diventata nel tempo un pilastro di credibilità: non perché i banchieri siano “superiori” alla politica, ma perché una moneta credibile è un bene pubblico, e la credibilità è fragile.

Nel frattempo la partita delle nomine scalda ulteriormente il clima. Il mandato di Jerome Powell come presidente della Fed scade a maggio, ma lui non è obbligato a lasciare il Board fino al 2028. Trump ha fatto filtrare di valutare figure alternative, citando due nomi in particolare: l’ex governatore della Fed Kevin Warsh e il direttore del National Economic Council Kevin Hassett. “I due Kevin sono molto bravi”, ha detto, promettendo un annuncio a breve.

Il passaggio più rivelatore, però, non riguarda i curriculum. Riguarda la mentalità. Quando gli è stato fatto notare che per confermare un candidato alla guida della Fed serve il sostegno del Senato, Trump ha risposto con una frase che, in controluce, spiega molte cose: “Non mi interessa. Dovrebbero essere leali”. La lealtà come requisito politico al posto dell’indipendenza istituzionale: è qui che la questione Powell diventa un caso più grande della politica monetaria.

Perché un presidente può criticare la Fed — è già accaduto in passato — ma un’altra cosa è trasformare la critica in un’azione sistematica di delegittimazione, con l’obiettivo implicito di piegare un’istituzione che, per Costituzione e prassi, deve mantenere margini di autonomia. In questa chiave, la vicenda si inserisce in un disegno più ampio di concentrazione del potere: ridurre gli spazi di indipendenza, trasformare gli organi “terzi” in strutture allineate, sostituire contrappesi e procedure con un rapporto diretto di comando.

È anche per questo che la reazione non arriva solo dagli ambienti finanziari. Nel mondo repubblicano, alcuni senatori hanno già segnalato fastidio e prudenza, ipotizzando ostacoli alle nomine finché la situazione non sarà chiarita. Segno che lo scontro non è soltanto tra Trump e Powell, ma tra un’idea di presidenza “espansiva” e la rete di freni e contrappesi che caratterizza la democrazia americana.

Il paradosso è che, alla fine, la diga potrebbe reggere più per ragioni pratiche che per slanci ideali. Non perché la politica improvvisamente si innamori dell’equilibrio istituzionale, ma perché il conto dell’instabilità lo presentano i mercati: aumento del rischio, pressione sui tassi, nervosismo internazionale, fuga verso asset percepiti come più sicuri. È una forma di “controllo” brutale, spesso cinica, ma efficace: quando il potere politico scommette sul dominio totale, il capitale risponde chiedendo garanzie.

Trump, con la sua dichiarazione, sembra averlo capito almeno quel tanto che basta per frenare per un attimo. Ma la frase “non ho piani” non equivale a “non lo farò”. E la cornice resta quella di un conflitto aperto sul ruolo delle istituzioni, sull’idea stessa di autonomia, sul confine tra indirizzo politico e indipendenza operativa.

La speranza, per chi teme una deriva autoritaria, è che i contrappesi funzionino davvero: leggi, tribunali, Congresso, e sì, anche mercati. Perché se una parte del sistema americano sembra inclinata a trasformare il potere in obbedienza, l’altra parte — istituzionale e finanziaria — potrebbe ancora avere forza sufficiente per impedirlo. Non per bontà, ma per convenienza. E talvolta, nella storia, è proprio la convenienza a salvare la democrazia quando la virtù non basta.

Notizie dello stesso argomento
Trovati 35 record
Pagina
1
15/01/2026
I mercati mettono in riga Trump, ora frena sul licenziamento di Powell
Trump dice di non voler licenziare Powell, ma lo scontro con la Federal Reserve e le reazi...
15/01/2026
Davos avverte: dazi e guerre, il 2026 rischia l’effetto precipizio
Davos 2026 e Global Risks Report: scontro geoeconomico e conflitti in cima ai rischi, poi ...
15/01/2026
Washington-Iran, conto alla rovescia: Trump mette le forze in allerta
Trump minaccia “azioni forti” contro l’Iran: ritiro precauzionale da Al Udeid, mediazioni ...
15/01/2026
Nuuk sfida Trump: il cappellino “Go Away” accende l’Artico
A Nuuk spopola il cappellino “Make America Go Away”. Dietro l’ironia, lo scontro con Trump...
15/01/2026
Groenlandia, l’Ue alza il muro: stop ai dazi finché Trump minaccia
L’Europarlamento valuta di rinviare l’intesa sui dazi Ue-Usa dopo le pressioni di Trump su...
14/01/2026
L’estrema destra europea e Netanyahu a sostegno di Orbán
Meloni, Salvini, Le Pen, Vox e AfD nella clip pro Orbán insieme a Netanyahu e ai leader pr...
Trovati 35 record
Pagina
1
  • Con Bancomat, scambi denaro, giochi e ti premi.
  • Punto di contatto tra produttori, rivenditori & fruitori di tecnologia