I dazi di Trump: boom dei mercati e dolore reale per gli americani
Il 2025 si chiude con un paradosso clamoroso: mentre i grandi indici azionari americani segnano performance robuste, l’economia reale si trova sotto pressione crescente e i consumatori pagano il conto.
Il cuore della strategia commerciale dell’amministrazione statunitense è stato un massiccio giro di vite sui dazi alle importazioni, con aliquote medie salite verso livelli senza precedenti da oltre ottant’anni. Secondo i calcoli più recenti, le tariffe medie effettive sugli import statunitensi si sono attestate intorno al 17 % nel corso dell’anno, contro poco più del 2 % registrato prima di aprile 2025. È il livello più alto dal 1935.
Il risultato è un panorama economico sorprendentemente bifronte: da un lato gli investitori festeggiano, con l’indice S&P 500 che ha recuperato dopo gli shock iniziali e ha chiuso l’anno con guadagni solidi rispetto alle attese di inizio 2025. Dall’altro lato, famiglie e imprese affrontano costi più alti, crescita dei prezzi e segnali di debolezza nei settori manifatturieri.
“I dazi non sono una tassa sui Paesi stranieri: l’onere ricade sugli americani”, osservano numerosi economisti, sottolineando che il peso maggiore grava su consumatori con redditi medio-bassi, che vedono il potere d’acquisto eroso.
Le imprese statunitensi, da parte loro, hanno in alcuni casi assorbito temporaneamente l’aumento dei costi senza trasferirli subito sui prezzi finali, ritardando l’impatto diretto sui consumatori. Tuttavia questa strategia ha solo spostato l’effetto nel tempo: con il passare dei mesi i rincari si stanno materializzando in modo più evidente, contribuendo all’inflazione su specifici beni e compressione dei margini aziendali.
Un segnale allarmante emerge dal settore manifatturiero: l’attività negli stabilimenti statunitensi ha mostrato segni di contrazione persistenti verso fine anno, con indicatori sotto quota 50, livello che segnala contrazione produttiva. Questo slancio negativo è stato associato proprio ai costi legati alle tariffe e all’incertezza sulle catene di approvvigionamento.
Nonostante queste tensioni sul versante reale, i mercati finanziari hanno in parte ignorato gli sviluppi più problematici. Dopo il crollo iniziale dei titoli nel primo trimestre di 2025, dovuto proprio all’annuncio delle tariffe e alla successiva reazione dei mercati globali, Wall Street ha recuperato slancio grazie a una serie di rinvii, aggiustamenti e misure parziali che hanno raffreddato i timori di un cambiamento permanente della politica commerciale.
Il risultato è stato un anno sorprendentemente positivo per gli investitori azionari, anche se con oscillazioni più marcate rispetto al passato recente. Gli esperti sottolineano che molto di questo è dovuto alla capacità dei grandi fondi di gestire la volatilità e trarre vantaggio da oscillazioni di breve periodo piuttosto che da fondamentali economici solidi.
Un’altra variabile chiave è stata la valuta nazionale. In teoria, tariffe più alte dovrebbero rafforzare il dollaro, ma nel 2025 la valuta americana ha segnato una delle peggiori performance annuali degli ultimi anni, indebolendosi sensibilmente rispetto a un paniere di valute globali. Questa dinamica ha riflessi diretti su importazioni, esportazioni e capacità delle imprese di competere sui mercati esteri.
Dal lato dei conti pubblici, le tariffe hanno generato introiti significativi — oltre 230 miliardi di dollari raccolti entro novembre — ma queste entrate restano una piccola frazione rispetto alle esigenze di spesa federale e non sono sufficienti, come alcuni sostenitori avevano promesso, a finanziare assegni diretti ai cittadini o a colmare i deficit di bilancio.
Questo quadro complesso riflette la natura ambivalente della strategia adottata dalla Casa Bianca: dal punto di vista politico, mostra la determinazione a riformare la politica commerciale; dal punto di vista economico, rivela limiti evidenti nell’efficacia delle misure adottate e conseguenze difficili da controllare.
Guardando al futuro, la questione dei dazi resta al centro del dibattito politico ed economico. Alcuni osservatori ritengono che una revisione delle tariffe e una maggiore cooperazione multilaterale potrebbero contribuire a mitigare gli effetti negativi sui consumatori e sulle imprese, senza sacrificare gli obiettivi di sicurezza economica e competitività industriale.