La Fondazione CR Lucca dimezza la presa, Crédit Agricole pesa di più e l’ipotesi BPM dentro MPS–Mediobanca torna a fare rumore tra Roma, Caltagirone e Delfin.
(Foto: Giuseppe Castagna, Ceo di Banco Bpm).
Il dato è tecnico, ma l’effetto è politico e industriale: il “patto italiano” di Banco BPM (fondazioni e casse) si è assottigliato. Non è un colpo di teatro, è una limatura secca che arriva nel momento meno neutro possibile: quando il mercato bancario italiano vive di incastri e contro-incastri, e la parola “governance” vale quasi quanto “utile netto”.
In concreto, l’azionista storico Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha ridotto la propria partecipazione fino allo 0,646%, dopo un taglio di 9 milioni di azioni nel 2025. Il patto, complessivamente, scende a 5,93%. Tradotto: meno “massa critica” nelle consultazioni tra soci, meno capacità di pesare quando si compongono liste e si negoziano equilibri, soprattutto in vista del rinnovo degli organi sociali.
Qui sta il punto: un accordo di consultazione non è un blocco di comando per definizione. Però è un moltiplicatore di influenza quando il capitale è frammentato e quando serve una “cerniera” tra soci pazienti, che non fanno scalate ma sanno fare conti. Se quella cerniera si assottiglia sotto soglie psicologiche (il 6% è una di queste), l’effetto non è tanto sulla Borsa del giorno, quanto sul “dietro le quinte” del consiglio che verrà.
Il paradosso è che la riduzione avviene mentre, attorno a Banco BPM, crescono i pesi massimi. Il più ingombrante è Crédit Agricole, partner industriale e azionista di riferimento: più sale la sua influenza, più l’italianità del perimetro si trasforma da dato di fatto a negoziato permanente. E quando l’italianità diventa negoziato, entra in scena Roma: non con la bacchetta magica, ma con la leva del “perimetro strategico” e con una sensibilità politica che, in banca, non è mai un dettaglio.
Giuseppe Castagna, amministratore delegato, nelle ultime settimane ha provato a mettere ghiaccio sulle fantasie di mercato, ricordando che sul tavolo non c’è nulla di formalizzato. In sostanza il messaggio è stato: non siamo in una trattativa, valuteremo eventuali opportunità se e quando arriveranno. In versione parlata, suona così: "Non c’è niente sul tavolo, ma ogni occasione futura verrà valutata con attenzione".
Ma se il patto “italiano” si alleggerisce, la domanda che rimbalza nelle sale operative è un’altra: chi riempie lo spazio che si crea? La risposta non è un nome solo, è un sistema di forze. Da un lato c’è il socio francese, che può chiedere più voce in capitolo. Dall’altro, ci sono investitori e gruppi che vedono BPM come tassello decisivo del prossimo giro di consolidamento.
E qui arriviamo alla frase che tutti ripetono e pochi definiscono: “terzo polo bancario”. Dopo Intesa Sanpaolo e UniCredit, l’idea è che ci sia spazio (e volontà) per un terzo grande aggregato nazionale. L’operazione che ha rimescolato davvero le carte è stata la conquista di Mediobanca da parte di MPS nel 2025: un fatto che ha spostato il baricentro della finanza italiana perché ha messo la storica regia di Piazzetta Cuccia dentro il perimetro della banca senese.
Da lì, l’ipotesi diventa quasi “naturale” per chi ragiona per incastri: se MPS deve digerire Mediobanca (e non è una digestione leggera), e se il governo vuole ridurre ulteriormente il proprio peso residuo in MPS, allora una combinazione successiva con Banco BPM torna sul tavolo come opzione preferita. È una trama di medio periodo, non un annuncio di domani mattina.
In questa trama, i nomi che contano sono due blocchi: Delfin (la cassaforte degli eredi Del Vecchio, guidata da Francesco Milleri) e Francesco Gaetano Caltagirone. Sono soci trasversali, presenti nei nodi che contano e interessati a come si ricompone la catena di controllo tra banca d’affari, gestione del risparmio e assicurazioni. Quando qualcuno dice “terzo polo”, spesso intende anche questo: non solo una banca più grande, ma una regia più forte sui pezzi pregiati della finanza italiana.
Il punto politico-industriale è semplice: se Banco BPM diventasse il partner di un MPS–Mediobanca già integrato, nascerebbe un gruppo con masse e ricavi più diversificati, potenzialmente in grado di competere per scala e per posizionamento. Il punto tecnico è più spinoso: l’integrazione sarebbe un puzzle di modelli di business differenti (retail e territorio da una parte, banca d’affari e wealth management dall’altra), con la supervisione europea pronta a chiedere capitali, governance limpida e razionalizzazioni.
Ed è qui che la notizia sul patto “italiano” di Banco BPM diventa più di una riga: perché una banca che si avvicina a una stagione di M&A deve presentarsi con un azionariato leggibile e con un centro di gravità stabile. Se la componente “di sistema” si riduce, il baricentro può spostarsi verso chi è già grande e già organizzato: soci industriali, grandi investitori, oppure alleanze variabili che nascono su una lista e muoiono su un comitato.
C’è anche un altro elemento che rende il quadro nervoso: la partita si muove mentre attorno a MPS e all’operazione Mediobanca si sono accesi riflettori giudiziari e regolamentari, con ricostruzioni e smentite che aumentano la sensibilità su “azioni di concerto” e trasparenza. In un clima così, ogni riassetto azionario — anche quando nasce da una scelta di portafoglio — viene letto come messaggio.
Morale: la vendita della Fondazione CR Lucca non “fa” da sola un nuovo risiko, ma cambia la postura di Banco BPM proprio mentre il risiko torna a bussare. Il patto italiano perde qualche muscolo; chi vuole un terzo polo — dal governo ai grandi soci trasversali — trova una ragione in più per considerare BPM non un bersaglio, ma un perno. E in banca, quando diventi perno, smetti di essere spettatore: qualcuno prima o poi prova a girarti.