L’aria a Bruxelles non è più quella delle strette di mano e delle foto di rito: sulla crisi Groenlandia e sulle tariffe minacciate da Donald Trump, l’Europarlamento sceglie la linea dura e mette in pausa l’iter dell’intesa commerciale UE-USA raggiunta nei mesi scorsi in Scozia. La mossa, sostenuta dalla maggioranza che regge l’Aula, è un segnale politico netto: se i dazi diventano una clava geopolitica, l’Europa vuole far capire di saper togliere ossigeno al negoziato proprio dove fa più male, cioè nella ratifica e nell’attuazione.
Al centro del terremoto c’è la minaccia – rilanciata negli ultimi giorni – di nuove tariffe verso i Paesi europei che dovessero “opporsi” ai piani statunitensi sulla Groenlandia, fino al punto di ipotizzare l’invio di militari. In questo clima, il capogruppo del PPE, Manfred Weber, ha spiegato che l’Eurocamera è pronta a sospendere il via libera parlamentare come risposta a ciò che definisce un salto di qualità inaccettabile nel braccio di ferro transatlantico: "Sono minacce che non possiamo normalizzare".
Sul fronte socialista, la presidente del gruppo S&D, Iratxe García Pérez, mette l’accento sulla necessità di passare dalle dichiarazioni agli strumenti: stop ai negoziati e attivazione dell’Anti-Coercion Instrument, il meccanismo europeo pensato per rispondere alle pressioni economiche di Paesi terzi. È la misura che a Bruxelles chiamano, con un soprannome che dice tutto, “bazooka”. Il concetto è semplice: se qualcuno prova a piegare una decisione politica europea con la minaccia commerciale, l’UE può reagire con contromisure mirate, non solo con dazi speculari ma anche con leve su servizi, appalti e accesso al mercato.
La miccia, però, non brucia solo a Nord. Il secondo fronte è tutto francese, e profuma di cantina: il 20 gennaio 2026, da Washington è arrivato l’avvertimento su dazi fino al 200% per vini e champagne d’Oltralpe, collegato alla tensione diplomatica sul “Board of Peace” dedicato a Gaza. Secondo le ricostruzioni internazionali, la Francia sarebbe nel mirino dopo la scelta di Emmanuel Macron di non aderire a un’iniziativa statunitense che prevederebbe anche un contributo economico molto elevato per i partecipanti. In Francia, associazioni di settore e rappresentanti istituzionali hanno bollato l’ipotesi come una pressione “coercitiva”, sottolineando il rischio di colpire un comparto che ha negli Stati Uniti un mercato chiave.
Il risultato è un cortocircuito politico: da un lato l’amministrazione americana agita tariffe come deterrente; dall’altro l’Europa rispolvera la logica del “non si tratta sotto minaccia”. Ed è qui che il congelamento dell’accordo diventa più di un gesto simbolico: se l’intesa resta nel cassetto, Washington perde un canale privilegiato per stabilizzare il fronte commerciale proprio mentre chiede agli alleati compattezza su altri dossier.
La partita, inoltre, ha un calendario che pesa come un macigno. In queste ore diverse testate europee ricordano che l’UE aveva già preparato un pacchetto di contromisure e che la sospensione di alcuni contro-dazi ha una data di scadenza precisa: 6 febbraio 2026. In pratica, se la crisi dovesse peggiorare, Bruxelles potrebbe ritrovarsi con una risposta già pronta a tornare operativa senza dover reinventare da capo la macchina decisionale.
A Davos, intanto, il messaggio americano è stato: niente ritorsioni. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha invitato gli europei a non “reagire d’impulso” alle tariffe annunciate, avvertendo che una spirale di dazi può lasciare macerie economiche anche tra alleati. Ma proprio Davos ha mostrato l’altra faccia della medaglia: mercati nervosi, timori di nuova guerra commerciale e l’idea – non più teorica – che la geopolitica possa entrare a gamba tesa in settori dove finora dominavano regole e compromessi.
In questo clima, il “bazooka” europeo non è solo un’arma negoziale: è un messaggio di postura. Attivarlo significherebbe dire che l’UE non intende più limitarsi a compensare un danno con un contro-dazio, ma vuole disincentivare la coercizione a monte. Non a caso, a Bruxelles cresce l’idea che la risposta debba essere “chirurgica”: colpire dove la pressione produce effetto, evitando di bruciare filiere e consumi interni.
Resta il nodo politico più grande: la Groenlandia è diventata un simbolo, e i simboli raramente si spengono con un comunicato. La Danimarca e l’Europa insistono sul fatto che la sovranità e gli assetti territoriali non si ridisegnano a colpi di ultimatum. In questo quadro, la decisione dell’Eurocamera di congelare l’intesa sui dazi è una scelta che mira a spostare la discussione dal piano muscolare al piano delle regole: se il commercio è usato come minaccia, allora anche il commercio può essere usato come freno.
La domanda, adesso, non è solo “chi alzerà di più la voce”, ma chi riuscirà a evitare che questa vicenda diventi un precedente. Perché se passa l’idea che si possono ottenere concessioni politiche con tariffe punitive, il rischio è che l’Atlantico si trasformi da ponte economico a campo minato permanente. E allora sì, il gelo non sarebbe più solo sulla Groenlandia.