Da Londra arriva una storia che parla anche italiano. Perché quando spariscono statue, affreschi, frammenti archeologici e oggetti sacri, il furto non resta mai locale: diventa internazionale, attraversa confini, cambia mani, entra nel mercato. E spesso, prima ancora che in un museo, finisce in una catena di passaggi opachi dove il patrimonio culturale si trasforma in merce.
Italia nel mirino dei ladri d’arte: da Londra la task force che li smaschera
A raccontare dall’interno questa operazione è The Art Newspaper, che ha seguito sul posto il lavoro di una task force globale specializzata nel recupero e nella restituzione di beni culturali sottratti. Il punto di partenza è Londra, nella sala operativa della Polizia Metropolitana: qui gli oggetti recuperati erano così tanti da non entrare fisicamente nello spazio disponibile. Gli esperti hanno fatto scorrere le scatole una a una, aprendo un inventario impressionante: statue, fregi, affreschi, armature di maglia, teste in stucco e reperti di varia natura, accumulati nel tempo e tenuti nascosti per anni.
Un recupero da 323 pezzi: la scienza contro il mercato nero
In due giorni di etichettatura meticolosa, analisi forense, fotografie e valutazione archeologica preliminare, la squadra ha schedato 323 oggetti. È il lavoro dell’Heritage Crime Task Force (HCTF), creata nell’ambito dell’Osce, con un obiettivo preciso: rintracciare, identificare e preparare il rimpatrio di opere e antichità perse tra crimini e conflitti.
Cameron Walter, direttore dell’HCTF, spiega che i primi riscontri suggeriscono provenienze diverse: una statua di Shiva riconducibile al periodo Angkor dell’Impero Khmer (IX-XV secolo) in Cambogia, oggetti cerimoniali in bronzo della stessa epoca, una grande statua di Bodhisattva e altri manufatti collegabili alla regione del Gandhara tra Pakistan e Afghanistan. Altri reperti potrebbero appartenere alla civiltà della valle dell’Indo (3300-1300 a.C.), mentre elementi decorativi in legno potrebbero provenire da una moschea in Siria o Iraq.
Ma c’è un dettaglio che spiega quanto questo business sia sofisticato: la possibilità di falsificazioni. Walter sottolinea che i trafficanti talvolta inseriscono falsi per “confondere gli antefatti”, creare entrate aggiuntive e rendere più difficile il lavoro delle forze dell’ordine. Tradotto: non vendono solo oggetti, vendono incertezza.
Il business globale: arte rubata, reti criminali, riciclaggio
Il recupero londinese nasce da una segnalazione arrivata in estate: un individuo ha contattato l’Unità Arte e Antichità della Met offrendo di consegnare i reperti in suo possesso, alcuni conservati da oltre un decennio. Gli investigatori non hanno chiarito come quella persona sia entrata in possesso di così tanti oggetti, ma il messaggio operativo è netto: incoraggiare la consegna per restituire i beni ai legittimi proprietari.
Il traffico di opere d’arte, oggi, non è un reato “minore”. È una filiera economica connessa a criminalità organizzata, riciclaggio e sfruttamento delle fragilità del mercato. Lo stesso mercato dell’arte, nelle grandi piazze internazionali, muove cifre da sistema industriale e diventa una zona grigia dove la provenienza può essere un dettaglio negoziabile. E qui l’Italia è vulnerabile: perché è ricchissima di patrimonio e perché ogni sottrazione è un danno economico, turistico e identitario.
Perché serve anche all’Italia: tutela, diplomazia, regole più dure
Il lavoro dell’HCTF è una risposta concreta: un’indagine con finalità di rimpatrio, basata su metodi standard di “heritage forensics”, dall’analisi dei segni degli strumenti fino allo studio di suolo, flora e fauna per ricostruire l’origine dei reperti. La task force, nata come progetto pilota nel 2016 e diventata programma Osce nel 2021, oggi riunisce 80 ufficiali di 46 Paesi e organizzazioni. Negli ultimi tre anni i membri hanno sequestrato oltre 3.400 oggetti per un valore superiore a 150 milioni di euro. E le richieste di assistenza, spiegano, sono in aumento.
Il nodo resta normativo: senza regole più forti, gli oggetti illeciti arrivano comunque sul mercato. L’Europa ha introdotto la regolazione 2019/880, pienamente applicata da giugno 2025, con obblighi di registrazione e documentazione più severa per l’import di beni culturali. È una barriera in più, ma non definitiva: il rischio è che il traffico si sposti dove i controlli sono più deboli.
Per l’Italia, però, questa storia “da Londra” è anche un promemoria: difendere il patrimonio non è solo cultura, è economia. È reputazione internazionale. È sicurezza. E soprattutto è la differenza tra un Paese che subisce il saccheggio e un Paese che sa riportare a casa ciò che gli appartiene.