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Iran: torture e abusi sui manifestanti, l’allarme dei gruppi per i diritti

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Iran: torture e abusi sui manifestanti, l’allarme dei gruppi per i diritti

C’è una geografia del dolore che raramente coincide con le capitali. Non è Teheran, non è il centro del potere, non è il luogo dove le telecamere restano accese più a lungo. È l’Iran “laterale”, quello dove i controlli sono più facili, i trasferimenti più opachi, le famiglie più sole. È lì che, secondo un’organizzazione per i diritti umani, alcuni manifestanti arrestati avrebbero subito violenze e abusi sessuali durante la custodia. Tra loro, anche un adolescente di 16 anni.

Iran: torture e abusi sui manifestanti, l’allarme dei gruppi per i diritti

La denuncia arriva dal Kurdistan Human Rights Network (KHRN), che riferisce di due persone detenute nella città di Kermanshah, nell’Iran occidentale, le quali avrebbero raccontato di essere state aggredite durante l’arresto da parte delle forze di sicurezza. In un contesto in cui le comunicazioni vengono spesso interrotte, ricostruire i fatti diventa più difficile: il blackout informativo è parte della storia, non solo il suo sfondo.

Dove non ci sono telecamere, la violenza diventa metodo
Il punto non è solo ciò che viene denunciato, ma dove accade. Lontano dai riflettori, in province e città meno osservate, la repressione può trasformarsi in una zona grigia: procedure senza testimoni, detenzioni senza accesso, trasferimenti senza tracciabilità. Secondo il KHRN, le vittime avrebbero subito abusi con modalità che configurano torture e violenze sessuali, raccontate tramite contatti indiretti con persone vicine alle famiglie.
Le organizzazioni che monitorano la situazione segnalano un clima di forte preoccupazione per il destino di migliaia di arrestati. La dimensione del fenomeno è resa ancora più difficile da misurare da un dato strutturale: chi subisce spesso non parla, chi potrebbe testimoniare non può, e chi dovrebbe indagare è lo stesso apparato accusato. È in questo vuoto che si annida l’impunità.

I numeri della rivolta e la paura di sparire in custodia
Secondo diverse fonti citate da media internazionali e gruppi di monitoraggio, dall’inizio delle proteste scoppiate a fine dicembre il bilancio delle vittime sarebbe molto alto. Vengono riportate migliaia di persone uccise e un numero di arresti che supera le decine di migliaia. Sono cifre che rimbalzano tra report, agenzie e reti di attivisti, con la difficoltà costante di verifica indipendente sul terreno.
Accanto alle morti durante gli scontri, cresce l’allarme per i decessi che avverrebbero dopo l’arresto. Il gruppo curdo Hengaw, con sede in Norvegia, ha riferito casi di persone uccise durante la repressione e di presunte morti avvenute in detenzione, descrivendo anche condizioni di recupero dei corpi e pressioni sulle famiglie. Il tema è sempre lo stesso: quando la custodia diventa una scatola chiusa, tutto può accadere e nulla lascia tracce ufficiali.

In questo scenario, il rischio più grande non è soltanto la violenza fisica, ma la trasformazione della detenzione in un dispositivo di intimidazione collettiva. Non è una punizione rivolta a un singolo, è un messaggio destinato a tutti: “può capitare anche a te”. E quando quel messaggio passa attraverso il corpo, diventa un’arma politica.

Donne e adolescenti: la protesta che il regime vuole spezzare
Le proteste iraniane hanno avuto, sin dall’inizio, un volto preciso: quello delle donne, dei giovani, degli studenti, di chi ha scelto di esporsi nonostante la consapevolezza del prezzo. È anche per questo che le accuse di violenze sessuali assumono un significato ulteriore: non sono solo un crimine, ma un tentativo di colpire la parte più simbolica del movimento, quella che ha reso la rivolta riconoscibile e contagiosa.
Secondo attivisti e osservatori, l’uso della violenza sessuale in contesti di detenzione non è nuovo nei sistemi repressivi: è una forma di controllo che mira a produrre vergogna, isolamento, silenzio. E quando le vittime sono minorenni, la frattura diventa ancora più profonda: non è solo la repressione di una protesta, è la distruzione di un futuro.

Ma la storia, oggi, non sta più “sotto traccia”. Non è un segreto sussurrato in corridoi clandestini: è un allarme che si allarga, che viene rilanciato, che si deposita nelle cronache internazionali. E proprio qui si capisce la dimensione reale del fenomeno: ciò che emerge è già enorme, ma ciò che non si vede potrebbe esserlo ancora di più. Perché la repressione non si esercita soltanto dove fa notizia: si esercita soprattutto dove non entra nelle statistiche, dove nessuno filma, dove non resta prova. È lì che diventa sistematica. E per questo, oggi, non può essere raccontata come un episodio: è un sistema.

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