Da Davos la linea dura dell’Ue: stop ai dazi come arma politica, difesa della Groenlandia e sprint sull’autonomia strategica.
Nel pieno del World Economic Forum, Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen scelgono il registro più netto: l’Europa non intende farsi trascinare in una guerra commerciale a colpi di minacce, né accetta che la forza sostituisca le regole. Sullo sfondo c’è la nuova offensiva di Donald Trump, che agita la leva dei dazi e intreccia il confronto economico a un braccio di ferro geopolitico che passa dall’Artico e dalla Groenlandia.
La scintilla è la minaccia di tariffe fino al 200% su vini e champagne francesi: un messaggio politico prima ancora che doganale, perché punta a colpire un simbolo nazionale e un settore che vale miliardi di export. Bruxelles legge la mossa come un test: se l’Unione piega la testa oggi, domani il “metodo” rischia di diventare prassi anche su energia, materie prime e tecnologia. E così da Davos arriva una risposta che non cerca toni concilianti: punta a fissare una linea.
Ursula von der Leyen mette in fila due concetti semplici e politicamente esplosivi. Primo: i dazi tra alleati sono una scelta sbagliata, non una inevitabilità. Secondo: gli accordi firmati valgono, anche quando cambia il vento. “In politica come negli affari, un accordo è un accordo… e quando degli amici si stringono la mano, deve significare qualcosa”. Non è solo una frase: è un avvertimento sul tema della fiducia, cioè la materia prima che regge i rapporti transatlantici.
Nel suo intervento la presidente della Commissione insiste sull’idea di fondo: lo scenario globale sta cambiando a velocità brutale e l’Europa deve smettere di reagire “in ritardo”. Tradotto: più autonomia industriale, più capacità di difesa economica, più strumenti anti-coercizione. E quando si parla di risposta, la formula è studiata per pesare come piombo: “ferma, unita e proporzionata”. Un modo per dire che l’Unione vuole evitare l’escalation, ma non intende subire.
Emmanuel Macron alza ulteriormente la posta, trasformando la platea del Forum in una tribuna politica. Il presidente francese denuncia un mondo che scivola verso la logica del più forte e collega dazi, minacce e pressioni territoriali a un ritorno di pulsioni imperiali. La frase che fa rumore è tagliata con l’accetta: “È assurdo minacciare gli alleati”. E subito dopo arriva il cuore del discorso: “Preferiamo il rispetto ai bulli e lo Stato di diritto alla brutalità”. Non è un attacco personale: è una dichiarazione di identità politica, con un destinatario fin troppo evidente.
L’Artico è l’altra parola chiave, perché la Groenlandia non è soltanto un territorio remoto: è un crocevia di sicurezza e materie prime critiche, ed è anche la cartina di tornasole del rapporto tra sovranità e interessi strategici. Von der Leyen ribadisce che la sovranità della Groenlandia e del Regno di Danimarca “non è negoziabile” e annuncia un pacchetto europeo per la sicurezza artica, con investimenti e cooperazione con partner regionali. Il sottotesto è chiarissimo: se la pressione Usa aumenta, l’Ue vuole presentarsi come attore e non come spettatore.
In mezzo al braccio di ferro, Bruxelles prova anche a cambiare marcia sul fronte economico interno. A Davos viene rilanciata l’idea del cosiddetto “28esimo regime”: una struttura societaria europea opzionale, pensata per rendere più semplice fare impresa oltre confine. Nome in codice: EU Inc. L’obiettivo è ridurre burocrazia e frammentazione, con la promessa di poter costituire un’azienda in un Paese Ue in 48 ore, online, e con regole più uniformi per capitali e investimenti. La logica politica è la stessa del capitolo dazi: se il mondo si chiude e alza barriere, l’Europa tenta di diventare più “mercato unico” sul serio.
Sul terreno commerciale, von der Leyen usa l’accordo con il Mercosur come manifesto: preferire partnership e diversificazione alla dipendenza, scambiare regole per stabilità. E mentre a Washington la parola d’ordine torna a essere “tariffa”, Bruxelles prova a muoversi su più tavoli: nuovi negoziati con altri Paesi e aree, catene del valore meno vulnerabili, capacità europea di resistere agli shock. Perché, in questo passaggio storico, l’Unione sembra aver capito una cosa: l’economia non è più solo economia, è geopolitica in abiti civili.
Anche sull’Ucraina, la Commissione mantiene un equilibrio chirurgico: apertura a un processo di pace e cooperazione con gli Stati Uniti, ma senza sconti sui principi e senza accettare scorciatoie che lascino l’Europa a pagare il conto politico. Il punto, a Davos, è diventato uno solo: l’Unione vuole smettere di essere “l’area dove arrivano le conseguenze” e iniziare a essere l’area che decide.
In sostanza, Davos 2026 mette nero su bianco la fase nuova: meno diplomazia in punta di fioretto, più politica di potenza — nel senso europeo del termine, cioè regole, mercato, alleanze e deterrenza economica. E soprattutto un messaggio che a Washington arriva nitido: l’Europa non si farà trattare da junior partner, né in dogana né sull’atlante.