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Turetta, il peso di una condanna e la memoria di Giulia

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Turetta, il peso di una condanna e la memoria di Giulia
C’è una stanza vuota, da qualche parte. Un letto sfatto rimasto così com’era, un profumo che si è dissolto ma resiste nei pensieri di chi resta. Giulia Cecchettin non c’è più, eppure c’è ovunque. La sua assenza è diventata un simbolo, un grido che non smette di echeggiare.

Turetta, il peso di una condanna e la memoria di Giulia

L’ergastolo per Filippo Turetta, deciso dalla Corte, è una condanna necessaria. Necessaria per la legge, per chi aspetta giustizia, per una società che si illude di segnare il confine tra il giusto e lo sbagliato attraverso sentenze definitive. Ma il peso del femminicidio non si misura nei decenni di carcere, non si chiude tra le sbarre. È un peso che ricade su di noi, spettatori e protagonisti di una tragedia che non avremmo voluto raccontare.

Giulia aveva 22 anni, un mondo davanti e la dolcezza di chi sa immaginare il futuro. Lui, Filippo, ne aveva 23. Un giovane uomo, si direbbe, ma dietro le apparenze c’era un groviglio di rabbia, possesso, debolezza mascherata da forza. Non accettava la fine della loro relazione. Come se il rifiuto di una donna fosse un’onta da lavare via con la violenza. Come se il "no" fosse una provocazione anziché un diritto.

Il 16 novembre, quella rabbia è diventata definitiva. Filippo ha inseguito, atteso, colpito. Le sue mani, quelle che un tempo forse l’avevano accarezzata, si sono trasformate in armi. E così l’Italia si è svegliata di nuovo con l’incubo del femminicidio che bussa alla porta. Giulia è diventata un nome in più in una lista che cresce, si allunga, si perde nella memoria collettiva.

La sentenza arriva oggi, e per un attimo sembra che qualcosa si sia risolto. La giustizia ha fatto il suo corso, ci diciamo. Ma è davvero così? Giulia non tornerà, e le domande restano. Cosa abbiamo sbagliato, noi come società, nel non vedere il pericolo in tempo? Quale cultura, quale educazione ha reso un uomo incapace di accettare il rifiuto? Perché dobbiamo sempre contare i morti per parlare di prevenzione?

L’ergastolo è una vittoria amara. È la fine di un capitolo che nessuno voleva leggere, ma non è la fine della storia. Giulia, con la sua tragica scomparsa, ci impone di guardare oltre la cronaca. Ci impone di parlare di rispetto, di educazione sentimentale, di un modo diverso di essere uomini e donne.

Nella stanza vuota, il silenzio non è vuoto. È pieno di responsabilità. Sta a noi riempirlo di qualcosa che assomigli a un cambiamento.
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