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Trump strappa sul clima: Usa fuori dalla Convenzione Onu del 1992

- di: Marta Giannoni
 
Trump strappa sul clima: Usa fuori dalla Convenzione Onu del 1992
Trump strappa sul clima: Usa fuori dalla Convenzione Onu del 1992
Via anche dall’IPCC e da altre 64 sigle: la Casa Bianca “taglia” il multilateralismo e accende uno scontro globale su scienza, soldi e potere.

Non è un semplice colpo di spugna burocratico: è un messaggio politico a caratteri cubitali. Con un memorandum presidenziale, Donald Trump ha ordinato il ritiro degli Stati Uniti dalla United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC), la cornice ONU nata nel 1992 che tiene insieme la diplomazia climatica mondiale e su cui poggia anche l’Accordo di Parigi. Nello stesso pacchetto, Washington esce pure dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il “motore” scientifico che sintetizza lo stato della ricerca sul riscaldamento globale e alimenta le trattative tra governi.

La mossa non arriva da sola: l’ordine presidenziale si inserisce nella decisione di lasciare 66 organizzazioni, enti e iniziative internazionali. La logica dichiarata è quella di una potatura radicale di ciò che l’amministrazione considera costoso, inefficiente o ideologizzato. Il segretario di Stato Marco Rubio mette il timbro politico con una formula che suona come una sentenza: "ridondanti, mal gestite, inutili, sprecone". E soprattutto, sostiene, allontanate dagli “interessi nazionali”.

Per capire la portata del passo, bisogna ricordare cos’è l’UNFCCC: non è un club qualsiasi, è la “costituzione” del negoziato sul clima. Ha adesione universale: oggi conta 198 Parti (197 Stati più l’Unione europea). Uscire significa rinunciare al tavolo dove si scrivono regole, meccanismi, contabilità delle emissioni e architettura dei fondi climatici. Tradotto: meno voce in capitolo mentre il resto del mondo decide come si muovono miliardi (e presto trilioni) di investimenti, standard industriali e filiere energetiche.

Il ritiro dall’UNFCCC, peraltro, non è un interruttore “on/off” immediato: la Convenzione prevede una procedura formale di notifica e un tempo di efficacia. Ma la scelta politica è già operativa in un altro modo: congela la postura negoziale e manda un segnale agli apparati federali, ai partner e agli investitori. E soprattutto spalanca una domanda da brivido per le capitali alleate: se Washington esce dal quadro comune sul clima, quanto spazio lascia ad altri – a partire dalla Cina – per dettare ritmo e regole?

Il colpo sull’IPCC è, se possibile, ancora più simbolico. L’IPCC non scrive leggi e non impone target: produce rapporti, scenari e sintesi basate su migliaia di studi e sul lavoro di una comunità scientifica globale, con 195 governi membri. Staccarsene significa scegliere di non partecipare a un processo che, di fatto, definisce il “terreno comune” su cui i governi discutono numeri, rischi e priorità. È anche un modo di segnalare che la partita non è solo sul carbonio, ma sulla legittimità della scienza come bussola pubblica.

Le reazioni sono state immediate e taglienti. Dal mondo della ricerca e delle ONG, la parola che torna è una: isolamento. World Resources Institute parla di errore strategico e di vantaggio regalato agli altri, con un avvertimento che suona più economico che ambientalista: "un abbaglio strategico" che mette gli USA fuori dall’arena e lascia ad altri la cattura di posti di lavoro e quote di mercato nella nuova economia dell’energia pulita. Anche Environmental Defense Fund insiste sul punto: perdere “la sedia al tavolo” oggi significa perdere influenza su decisioni industriali e finanziarie domani.

La politica estera, però, la racconta con un’altra lente: sovranità e selezione degli impegni. Secondo l’impostazione della Casa Bianca, il multilateralismo non si abolisce: si “ricompone” scegliendo dove stare e dove no, privilegiando gli organismi ritenuti utili alla competizione tecnologica e geopolitica. È il multilateralismo à la carte: si resta dove conviene, si esce dove si percepisce un vincolo. Il problema è che sul clima il “vincolo” coincide con il mercato del secolo, e uscire dal quadro ONU non ferma la transizione: cambia chi la guida.

C’è poi un elemento tecnico-politico che pesa come un macigno: l’UNFCCC è il contenitore che ospita le COP, i negoziati annuali e l’intero cantiere delle regole globali. Se gli USA si chiamano fuori, la diplomazia climatica perde una potenza decisiva, ma non si ferma. E il resto del mondo, dalle economie avanzate ai Paesi più vulnerabili, potrebbe usare l’assenza americana in due modi opposti: come acceleratore (stringendo accordi senza Washington) o come alibi (rallentando, con la scusa che “tanto gli USA non ci sono”).

Sul fronte interno, la decisione si intreccia con la linea trumpiana già vista sul dossier climatico: meno vincoli internazionali, più libertà d’azione domestica, maggiore spazio alle fonti tradizionali. Ma qui la posta non è solo ambientale: è industriale. Le supply chain dell’energia pulita, i crediti di carbonio, le regole sulla trasparenza climatica e perfino gli standard di rendicontazione per le imprese nascono sempre più in un ecosistema globale. Uscire dal quadro significa rischiare di subire regole scritte altrove, invece di influenzarle.

Il dato politico, in definitiva, è brutale: Donald Trump sceglie di trasformare la cooperazione climatica in un terreno di scontro identitario. E lo fa con un’operazione-mondo: non una sola uscita, ma un “pacchetto” di abbandoni che ridisegna la mappa delle alleanze, dalle agenzie ONU ai forum tematici. Da qui in avanti, ogni negoziato – sul clima, sulla tecnologia, sul commercio – avrà una domanda fissa sullo sfondo: l’America vuole guidare il tavolo… o rovesciarlo?

Una cosa è certa: sul clima la scena non resterà vuota. Se gli USA arretrano, qualcun altro avanzerà. E a quel punto, rientrare non significherà “tornare come prima”: significherà rincorrere regole già scritte, mercati già assegnati e standard già fissati. In diplomazia, come nei mercati, l’assenza è un messaggio. E questa assenza, oggi, è fragorosa.

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