Tra accuse di “garantismo”, controlli saltati e piste internazionali: famiglie e diplomazia chiedono verità, subito.
(Foto: alcuni parenti dei giovani italiani morti nella strage del 31 dicembre).
Un seminterrato pieno di musica, brindisi e luci. Poi, in pochi istanti, la festa di Capodanno si trasforma in una trappola. A Crans-Montana, nel locale “Le Constellation”, l’incendio esploso nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio lascia un bilancio che pesa come piombo: 40 morti e 116 feriti, molti giovanissimi. Tra le vittime ci sono sei italiani; tra i feriti, sedici connazionali. Da quel momento, il dolore corre più veloce delle versioni ufficiali e finisce dritto nel cuore della domanda che conta: com’è possibile?
L’inchiesta è nelle mani della procura del Canton Vallese, con la procuratrice generale Beatrice Pilloud al centro di una bufera che, nelle ultime ore, si è fatta più rumorosa. Non è solo la caccia alle responsabilità: è anche una battaglia sul “come” si sta cercando la verità. Perché, mentre gli inquirenti raccolgono testimonianze e analizzano filmati, cresce la critica su tempi e misure adottate nei confronti dei proprietari del locale, Jacques Moretti e Jessica Maric, oggi indagati (in Svizzera) per ipotesi colpose legate a morte, lesioni e incendio.
Nel mirino finisce soprattutto una scelta: l’assenza di un fermo immediato nelle ore successive alla tragedia. L’avvocato vallesano Sébastien Fanti, che assiste alcune famiglie, contesta apertamente la linea tenuta nelle prime fasi e chiede più spazio per la partecipazione delle parti alle udienze e agli atti. "Questa inchiesta parte male", è la sostanza della sua accusa, con un paragone duro con un vecchio caso controverso che, in Svizzera, è rimasto una ferita aperta.
Ma il punto non è solo procedurale. È anche tecnico, e potenzialmente devastante: la dinamica dell’incendio e la qualità dei materiali interni. Diversi resoconti convergono su un’ipotesi iniziale: scintille o fiamme da effetti pirotecnici usati durante i brindisi (le classiche “fontane” o candele da bottiglia) avrebbero innescato il soffitto e i rivestimenti, con una propagazione rapidissima. A far discutere è la possibile presenza di schiume fonoassorbenti o pannelli acustici che, se non conformi o non controllati, possono trasformare un incendio in un “flash” incontrollabile.
Ed è qui che la vicenda si allarga oltre l’aula giudiziaria. Un dirigente della sicurezza del Vallese, Stéphane Ganzer, ha sostenuto pubblicamente (in dichiarazioni rilanciate dalla stampa internazionale) che la normativa svizzera imporrebbe verifiche anche su materiali come le schiume acustiche e che tali controlli, se applicati correttamente, avrebbero dovuto intercettare criticità prima della notte di Capodanno. Il tema è esplosivo: non riguarda solo un locale, ma l’intera catena di autorizzazioni, ispezioni e responsabilità tra privati e istituzioni.
Nel frattempo, la pressione arriva anche da Roma. L’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, ha annunciato incontri con le autorità vallesane a Sion per fare il punto sull’indagine e ottenere informazioni dirette su tempi e passaggi. "Sarò a Sion per avere incontri con tutte le autorità locali", è il senso della sua linea: presenza, vigilanza e tutela delle famiglie italiane, senza alimentare processi mediatici ma senza nemmeno accettare zone d’ombra.
E le famiglie, appunto, non chiedono retorica. Chiedono risposte verificabili. I genitori di Emanuele Galeppini, giovanissimo golfista tra le vittime italiane, vogliono capire cosa sia accaduto negli ultimi minuti: riferiscono dubbi legati alle condizioni del corpo e pretendono spiegazioni su cause e modalità del decesso. Il padre di Chiara Costanzo invoca un cambio di passo nelle attività investigative, mentre i parenti di Sofia Prosperi parlano apertamente di “strage evitabile”. Un coro diverso nelle parole, identico nel bersaglio: ricostruire la verità senza sconti.
C’è poi un’altra partita, quella della competenza. Sébastien Fanti ha rilanciato l’idea di valutare un procedimento anche in Italia in ragione del numero di vittime italiane, ipotizzando margini di intervento “residuale” della giurisdizione. Non sarebbe un’anomalia in un disastro transfrontaliero: la Procura di Parigi, infatti, ha aperto un fascicolo per seguire il caso e affiancare le famiglie francesi nel rapporto con le autorità svizzere. La tragedia di Crans-Montana rischia così di diventare una “inchiesta a più livelli”, con dossier che dialogano (o si scontrano) tra paesi diversi.
In Svizzera, intanto, restano i nodi più concreti: capienza reale del locale, uscite di sicurezza, eventuali porte bloccate o percorsi ostruiti dal fumo, manutenzioni e ristrutturazioni, licenze e controlli periodici. È su questi dettagli che spesso si decide la linea tra fatalità e responsabilità. E ogni dettaglio oggi ha un peso doppio: perché può spiegare perché si è morti e, soprattutto, come evitare che accada di nuovo.
Il rischio, nelle tragedie collettive, è sempre lo stesso: che il tempo anestetizzi lo scandalo e che l’attenzione si sposti altrove mentre le carte si accumulano. Per questo le famiglie insistono: vogliono trasparenza, accesso, tempi certi. E vogliono una risposta anche sul “prima” — sui controlli, sulle autorizzazioni, sulle verifiche che avrebbero dovuto impedire che un seminterrato diventasse una camera di combustione.
Crans-Montana resta sotto shock, ma non è più solo lutto. È una domanda pubblica rivolta a chiunque abbia avuto una responsabilità, diretta o indiretta: proprietari, tecnici, controllori, amministrazioni. In attesa degli accertamenti definitivi, una cosa appare già chiara: questa storia non finirà con una conferenza stampa. Finirà (se finirà) quando ogni anello della catena sarà ricostruito, uno per uno, senza scorciatoie.