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Trump vuole il tetto al 10% sugli interessi: banche nel mirino

- di: Vittorio Massi
 
Trump vuole il tetto al 10% sugli interessi: banche nel mirino

È bastata una frase — e un’idea politicamente esplosiva — per far tremare il “business” più redditizio (e più contestato) della finanza americana: le carte di credito. Donald Trump ha chiesto un tetto al 10% sui tassi applicati dagli emittenti, con entrata in vigore dal 20 gennaio e durata di un anno. Il messaggio, presentato come risposta diretta alle ansie sul costo della vita, ha avuto un effetto immediato sui mercati: nel premarket di lunedì, i titoli più esposti al credito al consumo hanno virato in rosso.

La reazione è stata netta soprattutto su Capital One e American Express, ma il sell-off ha lambito anche i grandi gruppi bancari con un’importante macchina delle carte: Citigroup e JPMorgan Chase. Il punto non è solo l’eventuale taglio dei margini: un tetto così basso rimetterebbe mano a un equilibrio delicato, fatto di rischio, insolvenze, premi fedeltà e commissioni. E in Borsa, quando un modello economico viene messo in discussione “per decreto”, l’istinto è uno solo: ridurre esposizione.

Trump ha alzato i toni anche nel weekend, evocando conseguenze legali per chi non si adeguasse. "Se non si adeguano entro il 20 gennaio, violeranno la legge", è la linea attribuita alle sue dichiarazioni. Il messaggio è chiaro: trasformare un tema tecnico in una battaglia popolare, con un bersaglio perfetto — “Wall Street” — e un obiettivo facile da comunicare: “stop ai tassi vicini al 30%”.

Ma appena si passa dallo slogan alla fattibilità, la strada si fa ripida. Negli Stati Uniti non esiste un tetto nazionale generalizzato ai tassi: introdurlo richiederebbe un intervento del Congresso. È un punto che diversi osservatori hanno rimarcato: la Casa Bianca può fare pressione politica, può orientare agenzie e regolatori, ma un cap “universale” sull’APR delle carte non è un rubinetto che si chiude con un ordine esecutivo.

La questione è anche storica: il mercato moderno delle carte è nato e si è espanso grazie a un mosaico di regole federali e statali che, nel tempo, hanno consentito alle banche di applicare tassi del proprio Stato anche a clienti lontani. La sentenza Marquette (fine anni Settanta) è spesso citata come uno spartiacque perché ha consolidato la logica dell’“export” dei tassi: in pratica, il luogo in cui una banca è “di casa” conta più del domicilio del cliente quando si parla di usura e limiti. Tradotto: toccare quel sistema significa entrare in una giungla giuridica e politica.

In parallelo, c’è il dato che rende la proposta un detonatore: la montagna di debito che le famiglie americane hanno accumulato sulle carte. Secondo la serie della Federal Reserve Bank of St. Louis (FRED), a fine 2025 i prestiti “revolving” da carte e linee rotative presso le banche commerciali viaggiano attorno a 1,06 trilioni di dollari. Numeri di questa scala trasformano ogni punto percentuale di tasso in miliardi redistribuiti tra consumatori, banche e investitori.

E poi c’è la domanda che tutti, a Wall Street, si sono fatti nello stesso istante: cosa succede ai conti se il tetto diventasse realtà? Gran parte dell’economia delle carte si regge su un mix: interessi pagati dai clienti che “portano saldo”, commissioni di interscambio pagate dagli esercenti, fee varie e — nei segmenti più pregiati — programmi di rewards costosi ma capaci di trattenere i clienti migliori. Un cap al 10% taglierebbe il cuscinetto che assorbe le perdite sui clienti più rischiosi; ed è per questo che i titoli più esposti al credito subprime vengono percepiti come i primi a rischiare.

Le lobby bancarie sono scese in campo quasi subito con un argomento che negli Usa ha sempre presa: il credito come “ossigeno” per famiglie e piccole imprese. In una presa di posizione pubblica, le associazioni del settore hanno sostenuto che un limite al 10% finirebbe per ridurre la disponibilità di credito e spingere parte dei consumatori verso canali meno regolamentati e, alla fine, più costosi. È la difesa classica: se abbassi troppo il prezzo del denaro, chi presta diventa più selettivo — e chi resta fuori paga di più altrove.

Dall’altra parte, però, c’è un pezzo di mondo accademico che ha provato a mettere i numeri sul tavolo: una ricerca legata a Vanderbilt ha stimato risparmi potenziali enormi per i consumatori in caso di tetto ai tassi e ha sostenuto che, con aggiustamenti (anche su premi e benefit), il sistema potrebbe reggere meglio di quanto le banche facciano intendere. È una lettura che alimenta la dimensione politica del tema: la proposta come leva per costringere l’industria a “cedere” su tassi e commissioni, o almeno a moderarli.

In questo quadro, la partita vera è doppia. Primo: capire se l’annuncio resterà un’arma negoziale — una minaccia per spingere gli emittenti a ritoccare verso il basso le condizioni, soprattutto sulle fasce più penalizzate — oppure se diventerà un’offensiva legislativa. Secondo: misurare il “rischio regolatorio” che la finanza detesta più di qualunque oscillazione dei tassi di mercato: l’idea che un settore intero possa essere riscritto in nome dell’emergenza costo della vita.

Un dettaglio, spesso dimenticato nel frastuono, è che negli Usa esistono già tetti in contesti specifici. Il più noto è quello per i militari e le loro famiglie (con un limite massimo sul costo del credito) e quello che riguarda le cooperative di credito federali, dove il regolatore può mantenere un soffitto temporaneo più alto del limite “statutario”. Non è un precedente diretto per un cap universale al 10%, ma dimostra che la politica americana, quando vuole, sa intervenire sul prezzo del denaro — a patto di avere lo strumento giuridico adatto.

Per ora, il segnale più concreto è arrivato dai listini: la sola ipotesi ha colpito i titoli e riacceso un dibattito che negli Stati Uniti torna ciclicamente, soprattutto quando l’inflazione morde e il credito “facile” smette di sembrare una comodità e diventa una trappola. La prossima settimana dirà se siamo davanti a una fiammata o all’inizio di una nuova stagione di scontro tra Casa Bianca, Congresso e industria finanziaria. Nel frattempo, un fatto è già scolpito: la politica ha rimesso le mani sul tasto più sensibile del portafoglio americano, il costo del debito quotidiano.

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