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Se rinasco, voglio fare il tassinaro...

- di: Bianca Balvani
 
Se rinasco, voglio fare il tassinaro...
Chi ne capisce di queste cose dice che il polimorfismo è la capacità di un elemento di mutare la propria struttura per meglio adeguarsi all'ambiente che lo circonda. In natura è così, ma anche a Roma, dove questa capacità ha assunto il profilo di un dogma per una categoria da sempre al centro dell'attenzione della gente, che spesso la critica (e sovente a buona ragione). Parliamo dei tassisti o, per entrare bene nel clima, dei tassinari, quei professionisti del trasporto che ormai hanno creato mondo tutto loro - con regole che altrove suonerebbero come una offesa all'intelligenza - in cui, se non vedono accolta una proposta, anche estrema e priva di logica, possono bloccare una città.
Non parliamo di una città qualunque, ma della Capitale che, negli anni, è stata ostaggio delle loro proteste.

Se rinasco, voglio fare il tassinaro...

Come mai di può dimenticare il carosello di ''macchine bianche'' che ebbe come scenario piazza Venezia, paralizzando un'intera città, oltre a privare la gente di un servizio essenziale?
Orbene, da oggi quella dei tassinari ''made in Rome'' non è più solo una categoria, ma una schiatta, una genia, qualcosa che genera e tutela la discendenza, manco fossimo al tempo di vassalli, valvassori e valvassini.
Nella vita normale, in un Paese o in una città normali, se uno sceglie di fare un lavoro e non vuole che, uscito di scena, il suo impegno si disperda, chiede al figlio o alla figlia (magari, estremizzando, anche a nuore e generi) di rimboccarsi le maniche e impegnarsi per raccoglierne l'eredità.

Accade nelle professioni (avvocati, architetti e ingegneri insegnano, con i figli che ne proseguono il lavoro) e nelle attività specifiche (i grandi artigiani italiani). Ma che il passarsi il testimone venisse codificato in base al Dna, ecco questa ci mancava proprio.
Il Consiglio comunale di Roma, l'Assemblea capitolina, come si usa dire da queste parti, ha riformato il Regolamento del Trasporto pubblico inserendo alcune novità. Ma è una di queste modifiche quella che merita attenzione perché, a nostro modesto avviso (ma anche alla base della ragionevolezza) appare come uno schiaffo al buonsenso. Parliamo della possibilità (ma a questo punto chi vi rinuncerebbe?) per il titolare di una licenza, nel caso di ''improvvisa e grave invalidità'', di cedere la preziosa cartucella in eredità. Sì, letto bene: eredità, che può gratificare anche un minorenne, che, essendo impossibilitato a sfruttarla, la vedrebbe ceduta o ''parcheggiata'' (parliamo pur sempre di autovetture) presso una persona terza. Quindi, secondo gli amministratori civici della Capitale, la licenza per un taxi non è più legata al soggetto che, andiamo per intuito, ha dovuto anche superare degli esami di merito per il suo ottenimento, ma al documento in sé, che diventa esso stesso soggetto e non più oggetto.

E come tale, almeno a giudizio del Consiglio comunale di Roma, può andare di qui o di lì, trattato alla stregua di qualsiasi bene immobile che si tramanda sulla base del ''sangue'', di fatto ufficializzando la licenza come un beneficio perpetuo, regolato non dalla capacità del suo titolare, ma solo dal cognome che porta.
Ma anche questo non è vero fino in fondo, perché la figura ''terza'' prevista di fatto concede al titolare la possibilità di scegliere a chi cedere la licenza, bastandogli qualche piccolo arzigogolo.
Non sappiamo sulla base di quali considerazioni i consiglieri capitolini abbiano fatto questa scelta, che di certo non è di equità perché consente alla categoria dei tassisti di diventare una genia vera e propria, negando alla stragrande maggioranza degli aspiranti di potervi accedere se non quando il Comune dovesse decidere di concedere nuove licenze, sempre che questo aggradi ai ''tassinari''.
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