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Lo stato torna in fabbrica: i rischi della nuova politica industriale

- di: Redazione
 
Lo stato torna in fabbrica: i rischi della nuova politica industriale

L’Europa e l’Italia abbracciano l’“autonomia strategica”: chip, difesa, energia, dati. Ma senza scelte selettive e controlli severi, il ritorno dello Stato imprenditore può trasformarsi in distorsioni, sprechi e nuove dipendenze da sussidi.

È cambiato il vento. Dopo anni di fede nel libero mercato, l’Europa riscopre la politica industriale: piani per i semiconduttori, incentivi alle batterie, fondi per la difesa e il digitale. L’obiettivo è chiaro: ridurre vulnerabilità nelle catene globali e riportare capacità produttive “a casa”. Ma il modo conta più dell’intenzione: un intervento pubblico disegnato male diventa una tassa occulta sul futuro.

Il primo rischio è la distorsione competitiva. Se lo Stato sceglie i “campioni” a priori, la selezione naturale del mercato si inceppa: imprese protette sopravvivono al merito, i nuovi entranti arretrano, l’innovazione si affloscia. Aprire finestre temporanee può avere senso; spalancare porte permanenti no. Chi riceve sussidi impara a negoziare con la politica, non con i clienti.

Secondo rischio: la bolla della spesa industriale. Tutti annunciano miliardi, pochi misurano risultati. Progetti faraonici possono restare a metà, catene del valore europee duplicare costi senza raggiungere scala, infrastrutture “strategiche” invecchiare prima di essere usate. Il conto arriva: deficit più alti e pressione fiscale che frena investimenti privati.

Terzo rischio: governance opaca. Chi decide i settori “strategici”? Con quali criteri? Senza gare vere, milestone, revoche automatiche e disclosure pubblica, l’intervento diventa terreno di clientelismo e rendite territoriali. La politica industriale allora non corregge i fallimenti del mercato: li moltiplica.

Quarto rischio: isolamento regolatorio. In un’unione come l’UE, aiuti nazionali mal congegnati scatenano ritorsioni e guerre di sussidi tra Stati membri, erodendo il mercato unico. Il paradosso è evidente: proteggere “il nostro” può indebolire tutti.

Che fare, dunque? Prima regola: selettività drastica. Pochi dossier, dove l’Europa ha possibilità di scala e vantaggi comparati (energia pulita di filiera, microelettronica di nicchia, dati e cybersicurezza). Seconda: condizionalità trasparente. Ogni euro pubblico deve comprare risultati verificabili: occupazione qualificata, brevetti, export, produttività. Terza: temporaneità. Gli aiuti devono spegnersi da soli, senza clausole di salvataggio. Quarta: disciplina concorrenziale. Ogni intervento va disegnato per aumentare l’entrata di nuovi player, non per blindare gli incumbent.

In Italia la sfida è doppia: spendere bene e in fretta, evitando l’eterna palude autorizzativa. Il PNRR e i fondi europei sono un acceleratore solo se accompagnati da cantieri amministrativi, regole semplici, capacità tecnica nelle stazioni appaltanti. Senza, la “sovranità” resterà uno slogan costoso.

Lo Stato può orientare la traiettoria; il mercato deve testare le scelte. La nuova politica industriale sarà credibile solo se accetta la prova del nove: chi non performa esce. Altrimenti, l’autonomia che inseguiamo si tradurrà in una dipendenza peggiore: quella dai sussidi.

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