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Salario minimo, la legge punta sui CCNL: una scelta che rimodula il mercato del lavoro

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Salario minimo, la legge punta sui CCNL: una scelta che rimodula il mercato del lavoro

La legge delega 144/2025, approvata a fine settembre, non introduce un salario minimo stabilito per legge, ma affida alla contrattazione collettiva nazionale (CCNL) il compito di determinare i livelli retributivi minimi.
I decreti attuativi che il Governo dovrà varare nei prossimi mesi prevedono che, nei settori dove esistono più contratti, la paga base di riferimento sarà quella fissata dal contratto “maggiormente applicato”, che diventerà parametro obbligatorio anche per i lavoratori non coperti da un CCNL.

Salario minimo, la legge punta sui CCNL: una scelta che rimodula il mercato del lavoro

La scelta ha implicazioni immediate per le imprese. In particolare nei settori a più alta incidenza di contratti “pirata” o di micro-contrattazione, l’estensione dei minimi dei CCNL prevalenti tenderà ad allineare verso l’alto il costo del lavoro.
Questo potrebbe comprimere i margini di alcune aziende che finora hanno fatto leva su contratti meno onerosi, ma nello stesso tempo ridurre il dumping contrattuale, creando un campo di gioco più uniforme.

Impatto sulla produttività
Gli economisti osservano che la mossa del legislatore ha un duplice effetto. Da un lato aumenta la protezione del lavoro a bassa retribuzione, con benefici per la coesione sociale e per la domanda interna.
Dall’altro spinge le imprese, soprattutto nei comparti labour-intensive, a puntare su efficienza e innovazione per compensare i maggiori costi salariali, con possibili riflessi sulla produttività complessiva.

Il nodo del “contratto leader”
L’aspetto più discusso è il criterio di selezione: non più i contratti firmati dalle organizzazioni sindacali “comparativamente più rappresentative”, ma quelli “maggiormente applicati”.
Il timore di alcune sigle è che questa formula possa in taluni comparti premiare contratti con salari più bassi, adottati da molte imprese per convenienza. L’effetto netto sui salari dipenderà quindi da come verrà individuato il contratto di riferimento.

Reazioni del sistema industriale

Le associazioni datoriali chiedono chiarezza sui criteri di calcolo e tempi certi per i rinnovi contrattuali, indispensabili per la programmazione dei costi.
Le organizzazioni sindacali sono divise: la Cgil teme un indebolimento del sistema di contrattazione e chiede che si fissi una soglia minima di dignità, la Cisl valuta positivamente l’estensione dei CCNL a condizione che siano rafforzati i tavoli negoziali, la Uil chiede un maggior ruolo del Parlamento.

Prospettive e scenari
Secondo analisti e centri studi, la riforma potrebbe ridurre la competizione salariale al ribasso e aumentare la trasparenza del mercato del lavoro, ma il successo dipenderà dalla capacità del Governo di definire decreti attuativi che evitino zone grigie.
Nel medio periodo la misura potrà incidere sulla redistribuzione del reddito, rafforzare i redditi da lavoro dipendente e sostenere i consumi, ma richiederà alle imprese un adeguamento strutturale per mantenere competitività e occupazione.

Un passaggio strategico

La rinuncia al salario minimo legale è dunque una scelta di politica economica, non solo di tecnica giuridica.
Punta a rafforzare il ruolo della contrattazione e ad allineare il mercato del lavoro italiano ai principi della direttiva Ue, ma lascia irrisolto il nodo del basso livello medio dei salari. Il test sarà nei prossimi mesi, quando i decreti delegati indicheranno criteri, tempi e soggetti coinvolti, definendo l’impatto reale su salari, imprese e crescita.

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