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Euro digitale, la sfida alla dipendenza Usa nei pagamenti

- di: Bruno Coletta
 
Euro digitale, la sfida alla dipendenza Usa nei pagamenti

Banche contro, gli economisti a favore, lanciato un appello pubblico. Bruxelles accelera sulla moneta UE.

(Foto: il famoso economista Thomas Piketty, tra i firmatari dell’appello a Bruxelles sulla moneta digitale).

Se c’è un punto in cui l’Europa scopre di essere vulnerabile anche quando parla di tecnologia, è il gesto più banale del mondo: pagare. Non serve una crisi bancaria, né un default. Basta un POS, uno smartphone, un abbonamento digitale. E dietro quel clic, spesso, c’è un’infrastruttura che non parla europeo. È su questo nervo scoperto che si è innestato il nuovo fronte: l’euro digitale, la moneta pubblica in versione elettronica che la BCE punta a portare a regime entro il 2029.

A rimettere benzina sul tema è stata una lettera firmata da 68 economisti e accademici, con nomi di peso come Thomas Piketty, che chiede alle istituzioni di non “smontare” il progetto inseguendo, come viene descritta, la pressione di una parte del settore finanziario. Il messaggio è netto: senza una forma di moneta pubblica digitale, l’Europa rischia di delegare a piattaforme e circuiti extra-Ue un pezzo essenziale della propria sovranità economica, con un effetto domino su sicurezza, concorrenza e autonomia strategica.

La fotografia che circola nei palazzi di Bruxelles è poco rassicurante: in diversi Paesi dell’Eurozona mancano alternative domestiche davvero robuste per i pagamenti digitali e la vita quotidiana scorre su binari dominati da grandi marchi statunitensi. Il punto, per i firmatari, non è demonizzare il privato, ma evitare un “monopolio di fatto” dell’infrastruttura. In altre parole: se l’acqua passa sempre dallo stesso rubinetto, prima o poi qualcuno alza il prezzo o chiude la valvola.

Nel mezzo, c’è la politica. E c’è un appuntamento segnato in rosso: giovedì 15 gennaio, l’audizione di Luis de Guindos davanti alla commissione ECON del Parlamento europeo. L’evento, atteso come uno snodo, arriva mentre a Strasburgo e Bruxelles si gioca una partita di impostazione: euro digitale “pieno”, con capacità di pagamento sia online sia offline, oppure un progetto ridotto, quasi simbolico, confinato all’uso offline in nome della privacy e per non pestare i piedi alle soluzioni private.

Il cuore del conflitto è semplice da raccontare e complicato da risolvere: l’euro digitale, se davvero utile e facile, potrebbe diventare attraente. E se diventa attraente, potrebbe spostare soldi dai conti bancari verso un “portafoglio” digitale. È qui che entrano in scena i limiti di detenzione, il famoso tetto che dovrebbe evitare la fuga di depositi. Le ipotesi più discusse negli ultimi mesi ruotano attorno a soglie nell’ordine di pochi migliaia di euro: abbastanza per i pagamenti quotidiani, non abbastanza per trasformarlo in un salvadanaio alternativo.

Il dibattito, però, non vive solo di timori: la stessa BCE ha pubblicato analisi secondo cui, entro certi intervalli, l’effetto sui depositi potrebbe essere contenuto, soprattutto se il progetto viene comunicato bene e disegnato per essere “strumento di pagamento” più che “asset da accumulo”. Insomma: il tetto non è un dettaglio tecnico, è il regolatore di pressione dell’intero sistema.

Le banche, dal canto loro, non stanno a guardare. In autunno un gruppo di grandi istituti europei ha alzato la voce sostenendo che l’euro digitale rischia di sovrapporsi alle iniziative private e di indebolire gli investimenti già in corso per costruire un’alternativa continentale ai circuiti extra-Ue. Il messaggio implicito è: lasciateci fare, perché l’innovazione la spinge il mercato. Quello esplicito è più tagliente: il progetto sarebbe costoso, complesso e con benefici poco chiari per i consumatori, soprattutto se l’Europa riuscisse a far decollare soluzioni paneuropee come Wero.

La replica degli economisti pro-euro digitale rovescia la prospettiva: proprio perché esistono iniziative private, serve un “piano B” pubblico. Un’infrastruttura di base che non dipenda dalle strategie commerciali di pochi operatori e che regga anche in caso di shock. Nella loro logica, l’euro digitale è paragonabile a una rete: puoi farci sopra servizi competitivi, ma la dorsale non dovrebbe essere proprietà esclusiva di qualcuno che può spegnere l’interruttore.

In Parlamento, intanto, la discussione si è personalizzata attorno al relatore del dossier, l’eurodeputato spagnolo Fernando Navarrete Rojas. La sua linea, raccontata negli ambienti comunitari, spinge per un’impostazione più prudente e per paletti più stretti, con l’idea che l’euro digitale debba proteggere soprattutto la privacy e non trasformarsi in un concorrente diretto dei sistemi privati online. È qui che la vicenda diventa una partita a scacchi: difendere la privacy senza disinnescare l’utilità. Perché una moneta digitale che non funziona dove le persone pagano davvero, rischia di restare un oggetto perfetto… ma inutilizzato.

Sul tavolo c’è anche la posizione dei governi. A dicembre il Consiglio dell’Unione europea ha messo nero su bianco un orientamento che punta a un euro digitale utilizzabile sia online sia offline, con servizi di base gratuiti e meccanismi di tutela della stabilità finanziaria attraverso limiti e revisioni periodiche. La logica è pragmatica: l’offline rafforza resilienza e inclusione (utile in aree con connettività scarsa o in caso di blackout), l’online garantisce la piena interoperabilità nella vita reale di cittadini e imprese.

E poi c’è il convitato di pietra: gli Stati Uniti. Non serve trasformare la vicenda in un derby geopolitico, ma i numeri e le dipendenze infrastrutturali parlano da soli. Per molti addetti ai lavori, il rischio non è “oggi” ma “domani”: una frizione politica, una scelta regolatoria, una disputa commerciale che si traduca in pressioni indirette sulla catena dei pagamenti. In questo senso, l’euro digitale viene descritto come assicurazione: la paghi quando tutto va bene, la benedici quando cambia il meteo.

Nel linguaggio di Francoforte, la promessa resta la stessa: non sostituire il contante, ma affiancarlo. E non per nostalgia, bensì per architettura del sistema: una moneta pubblica deve rimanere disponibile, in qualunque forma la società scelga di usarla. Il tema è delicato anche per la fiducia: molti cittadini associano “digitale” a tracciabilità totale. È qui che il progetto si gioca la reputazione, perché senza garanzie credibili di riservatezza — e senza un racconto chiaro su cosa viene registrato, da chi e per quanto tempo — l’adozione potrebbe inciampare su un rifiuto culturale prima ancora che tecnico.

Nel confronto pubblico si sente spesso una frase ricorrente: "Se deve essere davvero utile, deve essere semplice come una carta, ma protetto come il contante". È l’equazione che mette in difficoltà i legislatori: semplicità e privacy raramente vanno a braccetto, soprattutto quando entrano in campo norme antiriciclaggio e controlli contro le frodi.

L’audizione del 15 gennaio, dunque, non sarà una formalità. Sarà un test di tenuta politica: quanto la BCE riuscirà a difendere un progetto “robusto” senza alimentare l’idea di una moneta che sottrae spazio alle banche? E quanto il Parlamento vorrà spingersi nel fissare limiti e condizioni, evitando però di costruire un euro digitale talmente castrato da diventare irrilevante?

Sul fondo, resta una consapevolezza: l’Europa ha impiegato decenni a dotarsi di una moneta unica, ma non ha ancora una vera “autostrada” dei pagamenti che sia europea fino in fondo. Per questo gli economisti che hanno firmato la lettera parlano di infrastruttura essenziale e invitano a guardare oltre l’orizzonte di breve periodo. In una fase in cui crescono anche soluzioni alternative come stablecoin e pagamenti integrati nelle grandi piattaforme, l’euro digitale può diventare un argine o un’occasione mancata.

E mentre Bruxelles discute, il calendario corre: entro il 2027 si punta a passaggi operativi importanti e l’obiettivo politico indicato per l’arrivo sul mercato resta il 2029. In mezzo ci sono negoziati, compromessi, e una domanda che pesa più delle altre: l’Europa vuole essere protagonista dei propri pagamenti o semplice cliente di reti costruite altrove?

"La sovranità monetaria, nel mondo digitale, non è uno slogan: è la capacità di far funzionare l’economia anche quando il contesto si irrigidisce". È il tipo di frase che rimbalza nei corridoi comunitari. E che spiega perché, dietro un portafoglio da poche migliaia di euro, si nasconda una partita da centinaia di miliardi e da molti anni di futuro.

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