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Lavoro USA rallenta: +50mila posti, ma salari su e Fed più cauta

- di: Bruno Coletta
 
Lavoro USA rallenta: +50mila posti, ma salari su e Fed più cauta

Disoccupazione al 4,4% e retribuzioni a 37,02 dollari: il dato “morbido” che non basta a far scattare i tagli dei tassi. 

Gli Stati Uniti chiudono il 2025 con un mercato del lavoro che frena senza crollare: a dicembre l’occupazione non agricola cresce di 50.000 unità, mentre la disoccupazione si posiziona al 4,4%. È un finale in sordina, soprattutto se confrontato con i ritmi a cui l’economia americana aveva abituato negli ultimi anni, ma il quadro resta più sfumato di un semplice “dato debole”.

Il dettaglio che pesa come un macigno nelle sale trading è la dinamica delle buste paga: i salari orari medi aumentano di 12 centesimi (+0,33%) e arrivano a 37,02 dollari. In parallelo, la settimana lavorativa media si accorcia a 34,2 ore (0,1 in meno). Tradotto: meno ore, ma pagate meglio. È un mix che non suona affatto “freddo” per chi deve tenere a bada l’inflazione.

Dentro il numero complessivo, il baricentro resta nei servizi. Nel settore privato si contano 37.000 nuovi posti, nel pubblico 13.000. Continuano a macinare assunzioni ristorazione, assistenza sanitaria e assistenza sociale, mentre il commercio al dettaglio perde occupati: un’altra puntata della trasformazione dei consumi e della distribuzione, tra ristrutturazioni, e-commerce e tagli selettivi.

La fotografia dell’intero anno è ancora più netta: nel 2025 i posti creati sono 584.000, circa 49.000 al mese. Nel 2024 erano stati circa 2 milioni (media 168.000). Una decelerazione evidente, che però non coincide automaticamente con un mercato “molle”. È qui che nasce il punto chiave: perché la Federal Reserve può restare rigida anche se le assunzioni rallentano?

Perché la Fed non reagisce al solo conteggio dei nuovi posti: reagisce alla tensione complessiva del lavoro e al rischio che quella tensione si trasformi in pressione sui prezzi. Con una disoccupazione ancora relativamente bassa e salari che continuano a salire, l’inflazione può restare “appiccicosa”: le aziende pagano di più, e una parte di quel costo tende prima o poi a finire nei listini.

C’è poi l’offerta di lavoro, che non è tornata pienamente ai livelli pre-pandemia: la partecipazione alla forza lavoro è al 62,4%. Significa meno persone disponibili o attive. In un contesto così, anche con poche assunzioni, le imprese possono ritrovarsi a competere per alcune figure e a mantenere sostenuti i salari. Ed è esattamente il tipo di “resistenza” che una banca centrale guarda con sospetto quando valuta se alleggerire il costo del denaro.

Un capitolo a parte riguarda il perimetro pubblico federale: a dicembre l’occupazione federale è quasi ferma, ma dal picco di gennaio 2025 risulta in calo di 277.000 unità (circa -9,2%). È un fattore che contribuisce a “raffreddare” il totale annuo, senza raccontare per forza un indebolimento generalizzato della domanda privata di lavoro.

La reazione dei mercati, infatti, è stata più da aggiustamento di traiettoria che da cambio di era: un dato occupazionale più morbido può tenere vive le speranze di tagli nel corso dell’anno, ma salari e disoccupazione impediscono di cantare vittoria subito. In sintesi, il jobs report non “spegne” l’economia: la rende meno rumorosa. E per la Fed il messaggio suona così: niente panico, ma nemmeno via libera.

È qui che torna utile una formula che circola spesso tra gli operatori, perché spiega l’equilibrio senza troppi giri di parole: “non abbastanza debole da costringere la mano”. Se l’occupazione rallenta ma i salari restano tonici, la banca centrale tende a scegliere la prudenza. E in politica monetaria, la prudenza assomiglia molto a una linea dura.

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