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Virginia cede a Trump: l’università pubblica fragile che si piega

- di: Marta Giannoni
 
Virginia cede a Trump: l’università pubblica fragile che si piega
Uva firma l’intesa sulle politiche Dei (politiche di inlcusione) per evitare sanzioni e inchieste federali. Harvard, invece, resiste: giudici e alumni respingono i tagli e rilanciano le donazioni. Il segnale è chiaro: forte con i deboli, impotente con i forti.

(Foto: studenti universitari Usa al college).

L’Università della Virginia (Uva) è il primo grande ateneo pubblico a chiudere un accordo con l’amministrazione Trump sulle politiche di diversità, equità e inclusione. L’intesa prevede l’allineamento alle direttive federali in materia di ammissioni e assunzioni, la messa al bando dei programmi Dei ritenuti discriminatori e report trimestrali fino al 2028. In cambio, le inchieste federali vengono sospese e non scatta alcuna multa.

Uva non è nel gotha assoluto degli Usa. Nei ranking 2026 è 26ª a livello nazionale e 4ª tra le pubbliche, ben dietro alle élite private come Princeton, Harvard e Mit e anche alle public flagship più quotate come Berkeley. Tradotto: autorevole, sì; ma non in quel cerchio ristrettissimo che detta l’agenda accademica globale.

La cronaca è spietata. Dopo mesi di braccio di ferro, culminati a giugno con la rimozione del presidente Jim Ryan, l’accordo arriva il 22 ottobre 2025. L’attuale guida, Paul Mahoney, lo difende: “L’intesa tutela la libertà accademica e non comporta penalità economiche”. Ma la sostanza resta: Washington impone il perimetro e Charlottesville esegue. “Se Ryan fosse rimasto, il rischio era perdere fondi di ricerca, borse, visti”, ha avvertito il senatore Mark Warner.

Cosa cambia davvero

Prima le minacce di indagini per “discriminazioni al contrario” e presunti fallimenti nel contrasto all’antisemitismo; poi un “compromesso” che svuota i programmi Dei, allarga il raggio della sentenza della Corte Suprema del 2023 sulle affirmative action e lega i fondi federali a un compattamento ideologico della vita di campus, fino a definizioni stringenti su genere, sport e servizi. Brown, Columbia e Penn hanno già siglato intese analoghe. Ora tocca a un ateneo pubblico.

Harvard fa muro

Altrove l’offensiva si inceppa. Harvard ha ottenuto in tribunale l’annullamento del maxi-taglio federale, mentre la community si è ricompattata con un boom di donazioni, soprattutto piccoli contributi. “Il congelamento dei fondi è illegale”, hanno stabilito i giudici. Risultato politico: la Casa Bianca è costretta a ripiegare proprio dove voleva colpire più duro.

Cosa ci dicono i ranking

I ranking non sono il Vangelo, ma incidono su appeal internazionale, borse e partnership. Qui sta la differenza: Princeton-Harvard-Mit comandano da anni; Berkeley è prima tra le pubbliche nelle principali graduatorie; Uva si ferma nel secondo gruppo. In un contesto politico ostile, il “pricing power” reputazionale diventa scudo.

Il punto politico

La compattazione dei campus è una priorità ideologica della Casa Bianca. Ma la giustizia federale ha mostrato limiti all’arbitrio, mentre le reti di alumni possono compensare e punire gli attacchi ai campus. Se la strategia è divide et impera, il rischio è spaccare l’istruzione superiore in feudi conformi e cittadelle autonome. 

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