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Trump e i giganti del tech a cena, inchini e promesse miliardarie

- di: Jole Rosati
 
Trump e i giganti del tech a cena, inchini e promesse miliardarie
Trump e i giganti del tech: inchini e promesse miliardarie
Alla Casa Bianca i Ceo lodano il presidente, ma l’America sembra aver perso l’anima ed sempre più un regime corporativo sul modello di quelli dell'Est Europa.
 
(Fotomontaggio: Trump a cena alla Casa Bianca con gli oligarchi del tech).

Un banchetto tra potere e sudditanza

La Casa Bianca ha ospitato una cena che somigliava più a un rito di sottomissione che a un incontro istituzionale. Donald Trump ha chiamato a raccolta i vertici della Silicon Valley: Sam Altman di OpenAI, Tim Cook di Apple, Sundar Pichai di Google, Satya Nadella di Microsoft, fino a Mark Zuckerberg di Meta. Tutti pronti a lodare la “leadership” del presidente e a impegnarsi in nuove promesse di investimenti miliardari negli Stati Uniti.

Un’America che fino a ieri si presentava come patria del libero mercato ha mostrato al mondo la faccia di un capitalismo piegato alla volontà politica. I manager sembravano più cortigiani che imprenditori.

Promesse da capogiro, in diretta dal salotto di Trump

Gli annunci hanno avuto il sapore di un’asta, con il presidente nel ruolo di battitore e i CEO a rilanciare:

  • Tim Cook ha promesso fino a 600 miliardi di dollari di investimenti in patria entro il 2028.
  • Sundar Pichai ha messo sul piatto 250 miliardi.
  • Satya Nadella ha parlato di 75–80 miliardi l’anno.

Trump incalzava, chiedendo cifre, e i CEO rispondevano compiaciuti, in un’arena costruita per rafforzare il suo racconto politico.

Le lodi al presidente, tra imbarazzo e convenienza

“È un presidente pro-business e pro-innovazione, un cambiamento incredibile”, è stato detto. E ancora:“Il tono e il focus sull’innovazione hanno reso possibili nuovi investimenti e il rientro di produzioni strategiche”. Insomma, applausi e ipocrisie.

Gli esclusi eccellenti: Musk e Huang

Assenze pesanti hanno dato un tono diverso alla serata. Elon Musk, un tempo vicino ai repubblicani, non si è presentato. Trump lo ha liquidato con una battuta pungente: “Ottanta per cento genio, venti per cento problemi”, ha detto il presidente, ribadendo quanto il patto personale conti più delle vecchie affiliazioni.

Non c’era neppure Jensen Huang di Nvidia, che, forte del potere tecnologico della sua azienda, può permettersi incontri riservati e trattative one-to-one con la politica.

Tra politica e propaganda

La cena è arrivata subito dopo un incontro guidato dalla first lady sulla formazione all’intelligenza artificiale. “È nostra responsabilità preparare gli americani al futuro”, ha dichiarato Melania Trump. La cornice educativa ha fornito la giustificazione ufficiale, ma la sostanza era un’altra: mostrare chi comanda nel rapporto tra politica e imprese.

Il nuovo volto del capitalismo americano

Gli stessi giganti che per anni si sono presentati come paladini di valori progressisti hanno accettato di omaggiare un presidente che usa dazi e sussidi come armi, che pretende fedeltà politica in cambio di commesse, che non esita a rivendicare pressioni nei casi antitrust. È l’immagine di un’America che non spaventa più rivali come Cina o India, ma che continua a imporre la sua forza agli alleati europei, spesso incapaci di reagire.

“Ventisette nanetti” è l’immagine che riassume l’impotenza dell’Unione, di fronte a un centro di potere che tratta Bruxelles come provincia. Un paese potente con i deboli, ma in affanno con chi può rispondere colpo su colpo.

Potenza dimezzata, sudditanza moltiplicata

Quella serata a Washington ha offerto un’istantanea brutale: un paese che perde peso sullo scenario globale ma che costruisce, dentro i suoi confini, un capitalismo corporativo dove i padroni del digitale chinano la testa davanti al potere politico. Un tempo i “masters of the universe” erano i banchieri di Wall Street, poi i signori della Silicon Valley. Oggi, alla corte di Trump, appaiono come semplici vassalli. Non è solo imbarazzante: è il segno di una trasformazione profonda, che rischia di trascinare l’America contro il muro della sua arroganza. 

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