Pd: Elly Schlein vittima dei suoi errori, a cominciare dall'arroganza

- di: Redazione
 
E' come il ciclista che fa una volata e, prima di tagliare il traguardo, convinto della vittoria, stacca le mani dal manubrio per esultare e viene fregato da uno un po' meno allocco.
Elly Schlein, in arte ''segretaria del Partito democratico'', ci ricorda quel ciclista, non perché non ha vinto (parliamo delle amministrative), quanto perché era veramente convinta che, fidando sul dogma che la sinistra ai ballottaggi va meglio del primo turno, alla fine sarebbe riuscita a strappare qualche sindaco al centro-destra.
''Erore'', direbbero a Roma e oggi lei, la segretaria, è costretta ad un difficile esercizio di logica e lessico per cercare di convincere i suoi elettori e i politologi che la sconfitta non è sua (e chissà se mai avrebbe detto lo stesso nel caso di una difficile vittoria).

Pd: Elly Schlein vittima dei suoi errori, a cominciare dall'arroganza

Quanto è accaduto, ovvero il tracollo del Pd, è una sconfitta che ha molti padri (quanti nel partito hanno fatto una convinta campagna elettorale?), ma una madre che, come si dicevano i latini, ''semper certa est''.
Oggi Schlein deve fare i conti non solo con la sconfitta, ma anche con la sua evidente impreparazione a gestirla, che è la traduzione del suo peccato politicamente originale. Perché gestire una sconfitta così come una mancata vittoria è cosa difficile, se non si hanno spalle larghe o se, per come lei ha fatto, ha improntato il suo incarico al massimo esempio di personalismo, creandosi un inner circle in gran parte su base amicale, ovvero pescando a piene mani dai piddini emiliano-romagnoli e facendo, intorno a sé, un duplice livello di vuoto: di chi non credeva che, dopo il ''giglio magico'' di renziana memoria il partito potesse ricadere nello stesso errore; di chi non condivide l'estremizzazione dei ''cavalli di battaglia'' non tanto sul piano ideologico, quanto proprio sulla scelte di quelle su cui puntare.

Solo oggi forse Elly Schlein ha piena contezza di quanto difficile sia il compito di cui s'è fatta carico ascendendo alla segreteria del partito; solo oggi, forse, anche se non lo confesserà mai, sta facendo i conti con la sua impreparazione culturale (parliamo di politica, bene inteso) a gestire un difficile problema, partendo dal presupposto errato che la carica la autorizzi a tutto, a cominciare dal fatto di non ascoltare importanti porzioni del suo partito (quelle di estrazione cattolica, tanto per citarne una) che chiedono a viva voce di tornare a ripercorrere la strada delle battaglie sociali e non solo quelle ideologiche. Ma lei, impavida, continua per la sua strada, anche se, al di fuori del ristretto cerchio dei suoi amici, non si comprende ancora oggi quale essa sia.
Per quel che si capisce dalle prime impalpabili dichiarazioni del segretario Pd, la spiegazione prevalente è che il tempo dall'insediamento alle amministrative è stato troppo breve e, soprattutto, e che esasperanti sono le pressioni alle quali deve sottostare in virtù della sua poltrona.

Due errori in uno, perché se dici che sei arrivata da troppo poco tempo fai una implicita ammissione di impreparazione al compito per il quale ti eri candidata; perché, poi, confermi che le spalle (anche se oggi agghindate da giacche firmate) non sono così solide. Una cosa che mai, prendendo uno dei tanti che l'hanno preceduta, un segretario del Pd avrebbe mai detto, piuttosto sostenendo che il percorso è appena agli inizi, ma non che non hai avuto il tempo di prepararti.

Non sappiamo sino a che punto Schlein sia cosciente di avere aperto un baratro, difficilmente colmabile, con quella parte del partito che ha sempre avuto un ruolo cruciale nel Pd, sacrificandola sull'altare di uno sfrenato appello all'ideologia infarcita di battaglie di retroguardia, non per il loro valore assoluto, ma perché proporle oggi significa non capire quali siano i problemi veri della gente, ovvero degli elettori, che sono la base del gioco della politica. Mai come oggi un segretario del Pd è stato così plasticamente isolato; mai, come oggi, un segretario del Pd si è trovato a guidare un esercito inesistente, come quello di terracotta, importante nei numeri, ma che non potrà mai brandire una spada per difenderla. Innanzitutto da sé stessa, visto che, in questo momento, il peggior nemico di Elly Schlein, cui bisogna comunque riconosce l'entusiasmo, è proprio lei, prigioniera di un meccanismo che ha voluto e che nega ascolto a chi non la ossequia o che dissente dalle sue idee.
Come il prigioniero di Zenda, Schlein si è ritrovata a dovere impersonare il segretario del Pd, un ruolo a tempo, nell'attesa di cedere il passo a quello vero.
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