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Islam: il Covid-19 ha riscritto la storia del Ramadan

- di: Diego Minuti
 

Il Ramadan, mese sacro per i musulmani e che si è appena appena concluso, entrerà nella storia dell'Islam perché, per la prima volta, è stato segnato da prescrizioni e divieti, imposti dalla pandemia e che hanno riguardo, in tutto il mondo, un miliardo e 800 milioni di credenti.

Il 2020 (l'anno 1441 secondo il calendario islamico) ha assistito a qualcosa di mai visto con tutte le autorità musulmane (sia quelle religiose che quelle civili) unite dal comune convincimento che anche gli islamici non potessero sottrarsi al sistema di misure che, cercando di contenere al massimo la possibilità di occasioni comunitarie, sono state adottate per frenare il contagio di Covid-19.

Tutto, nella storia del Ramadan 2020, è stato riscritto, imponendo, in una religione in cui la contiguità e il contatto fisico sono inevitabili, una serie di comportamenti che sono stati accettati, ma malvolentieri, perché tutte le manifestazioni di fede in Allah sono state circoscritte, personali, ben oltre la consuetudine di ciascuno.

La fine del Ramadan ha visto le restrizioni rese ancora più dure per l'evidente pericolo che la rottura collettiva del digiuno, l'iftar, coincidesse con la cena della festa, una occasione per stare nuovamente insieme che certo le autorità non potevano consentire.

Ma il coronavirus, con la consapevolezza del carico di pericoli che si porta dietro, ha posto i religiosi islamici davanti al dilemma se mai la religione e l'obbedienza che essa impone possano prevalere sulla salute di tutti. E la risposta è stata di ragionevolezza, consapevoli, i chierici musulmani, non certo quelli oltranzisti, che la vita umana e la sua tutela superano ogni cosa.

A loro è bastato ricordare la Sura 5, versetto 32, che recita ''Chi uccide una persona è come se avesse ucciso l’intera umanità, e chi salva la vita di una persona è come se avesse salvato tutta l’umanità''. 

E questo hanno fatto, impedendo che comportamenti sino a ieri normali, ma oggi diventati a rischio, potessero comportare la perdita anche solo di una vita.

Le decisioni che sono state prese ne sono conferma, perché hanno scardinato usanze e riti che andavano avanti da secoli e che per molto islamici costituiscono uno dei traguardi di una vita intera, come il pellegrinaggio ai luoghi sacri in Arabia Saudita. 

La chiusura delle grandi moschee della Medina e della Mecca hanno impedito, a partire da marzo, l'umrah, o piccolo pellegrinaggio, che si può fare durante tutto l'anno. E a rischio resta, soprattutto, il ''grande pellegrinaggio'', l'hajj, che dovrebbe svolgersi a luglio, ma che potrebbe anch'esso subire delle fortissime restrizioni, in considerazione del fatto che, sino a quando il Covid-19 non aveva fatto ancora la sua terrificante apparizione sulla Terra, i luoghi sacri erano meta di milioni di pellegrini che, spalla contro spalla, coronavano il sogno di compiere i sette giri (il tawâf) intorno alla Ka'ba che custodisce la Pietra nera. Un rito alla fine del quale i fedeli sono ''simili agli Angeli che fanno cerchio attorno al trono divino''.

Ma non in tutto l'Islam (anche se con quale eccezione, come nella striscia di Gaza, dove le restrizioni sono state allentate per consentire la preghiera del venerdì) la ragionevolezza ha prevalso. Come accaduto nell' Iran sciita dove ayatollah e mullah hanno deciso di non chiudere i siti dei loro pellegrinaggi, fidando nella certezza che la loro teocrazia sia il tramite diretto con la divinità e che, per questo, goda di una sorta di immunità. Le statistiche ufficiali parlano di 7.500 vittime iraniane del Covid-19, una stima che in molti ritengono poco attendibile.

Ma la decisione di aprire le moschee, in Iran - sciita - così come in Pakistan - sunnita - potrebbe avere spiegazioni che, con la religione, hanno poco a che fare e che, invece, sarebbero un tentativo di disinnescare proteste popolari, sempre in agguato negli ultimi anni e che attendono solo un pretesto per tornare ad esplodere nelle piazze.

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