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Caso Palamara, tra alterigia e ipocrisia

- di: Diego Minuti
 
Le fiabe, così come le cronache, sono piene di esempi: se sei al comando, se puoi determinare la fortuna di chi ti è vicino, se puoi regalare agli amici un futuro favorevole, allora sei sempre il migliore, sei quello che riceve più telefonate, quello che, dietro la porta, vede la gente fare la fila per baciare la tua pantofola, gonfiando il tuo ego in modo abnorme.

Ma, non appena la ruota della fortuna comincia a rallentare per poi andare all'incontrario, ecco che gli amici, i sostenitori, i questuanti si liquefanno e se possono negano di averti conosciuto.
Dov'è la novità? Se ci può essere un tratto che distingue chi, suo malgrado, comincia la sua parabola discendente è la dignità con cui si affronta il declino.

Non sembra il caso dell'ex potentissimo capo dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, che, incastrato non tanto dal trojan diventato un registratore infilato nel suo cellulare, quanto dalla sua irrefrenabile voglia di specchiarsi nel potere che gestiva, dopo il provvedimento di espulsione dall'Anm, sta reagendo in malo modo. Un po' come Sansone che, prima di crepare, decise di portare con sé, all'altro mondo, quanti più filistei possibili.

Non avendo da ammazzare professionalmente appartenenti ad altra tribù, tra mezze frasi e chiari riferimenti, Palamara sta semplicemente reagendo a quella che, a suo dire, è un'ingiustizia. E parlare di ingiustizia da parte di un appartenente alla casta dei magistrati suona un po' strano.

Non credo sia il caso di entrare nel merito delle singole contestazioni mosse a Luca Palamara (sostanzialmente di avere usato il suo incarico per 'remunerare' i suoi grandi elettori ed ingraziarsi qualche parte politica e danneggiarne qualcun'altra). Ma appare abbastanza strano che ci si scandalizzi del fatto che lui potesse abusare del potere che gli derivava dall'essere massimo esponente dell'Anm.

Mi chiedo solo una cosa: ma c'è da sorprendersi di quanto viene contestato a Palamara?
L'interpretazione spregiudicata del mutuo soccorso, quando c'è da spartirsi qualcosa, è forse una delle costanti della società del nostro Paese in cui al potente di turno si elemosinano briciole, una parola che potrebbe essere tradotta in prebende per sé o per qualcun altro a cui si tiene.

Cosa fa il politico se non mettere a reddito (elettorale) il suo incarico? Forse sarebbe il caso di mettere da parte l'ipocrisia ed augurarsi che l'Italia e gli italiani abbiano un moto di rivolta verso il sistema di usare e sfruttare il potere. Su cosa si basava un tempo il potere democristiano se non su un reticolo di amicizie e relazioni da alimentare costantemente con 'favori'? E non si può dire lo stesso dell'allora Pci che, nelle Regioni che controllava, blindava i propri interessi privilegiando i suoi grandi elettori, che spesso si celavano dietro sigle commerciali?

Saltando a pie' pari il sistema messo in piedi dal Psi craxiano, quello per il quale Mario Chiesa era solo un ''mariuolo'' e non invece un piccolo, ma necessario ingranaggio di una rete di cointeressenze che agiva da rapace sulla carcassa della nostra morale.
Cosa faceva Palamara se non utilizzare il suo potere per favorire amici o potenziali debitori? E in cosa questo si discosta dall'andazzo generale? Possiamo escludere che altri si siano comportati allo stesso modo, ma in maniera più prudente, cioè senza fare la ruota, come il classico pavone?

Luca Palamara ha forse incarnato al meglio quel modo di essere che qualche decennio fa veniva etichettato come ''generone romano'', un comportamento di chi scalava il successo e che mirava ad emergere tirandosi dietro i sodali più fedeli, elargendo loro porzioni di potere delegato.

Lui lo ha fatto immemore delle esperienze che pure, da pm, gli dovevano derivare.
Invece di prendere esempio da Costantino Nigra, Palamara non è stato tra coloro che sono ''usi ad obbedir tacendo'', ma tra quelli che sono ''usi a comandare, straparlando''.
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